Con “Bright star” Jane Campion firma un film di fulgida bellezza
Con Paul Schneider, Thomas Sangster, Abbie Cornish, Ben Whishaw.
Regno Unito/Francia, 2009
Drammatico, 1h 59'
di Omar Manini
Campagna londinese, 1818. Due personaggi condannati alla reclusione dell’anima e all’emarginazione. Quello paradossalmente più forte - malgrado l’aspetto pallido ed emaciato - è il ventitreenne John Keats (Ben Whishaw), poeta che vive la sua esclusione dall’alta società letteraria (verrà rivalutato solo dopo la morte, nda) continuando a sviluppare appieno la sua estasi; quello più fragile, anche se apparentemente realizzato e inserito nell’ambito della buona borghesia, è Fanny Brawne (Abbie Cornish), una giovin donzella pragmatica, dedita alle conversazioni salottiere e al ricamo.
Lei viene ospitata dalla famiglia di Charles Brown (Paul Schneider) che, guarda caso, è il miglior amico di Keats. L’incontro tra i due, inizialmente difficile e certamente non facilitato dal fastidioso carattere di Brown, li porterà ad un desiderio tanto totalizzante quanto casto.
Biopic dallo svolgimento etereo, segnato dal ritmo quasi evenescente della vita che si prende molte pause sull’azione.
Un film fuori dagli schemi del gusto medio contemporaneo, senza alcuna concessione al voyeurismo; una pellicola che si adagia con estrema sensibilità all’attesa dello spettatore, rivelandosi per piccoli quadri e dettagli. Servita, in punta di piedi, dalla fisicità di tre ottimi protagonisti, densi di una naturalezza quotidiana, e da un apporto tecnico di incantevole livello: costumi (candidati all’Oscar) e scenografia della sorpendente Janet Patterson e musiche di Mark Bradshaw.
John Keats nel suo epitaffio ha fatto incidere “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”; la Campion sembra essersi ricordata di questa frase perché la omaggia ritagliando e montando la sua nuova fatica come se volesse dipingere la veridicità della poesia con gli acquerelli, effondere lo spirito della storia d’amore anche sugli ambienti (ritratti in bellissimi incontri cromatici impressionisti che lasciano spesso a bocca aperta per l’eleganza compositiva) e da lì sugli spettatori, rendendo il tutto immortale nella nostra memoria, come lo è la lezione di Keats.
La raffinatezza di tocco della cinepresa e della fotografia di Greg Fraser restituisce in pieno l’atmosfera di un’epoca e il difficile avvicinamento dei due protagonisti, attratti fatalmente e più simili di quanto possa apparire.
Il non senso della vita e l’inutilità della ricerca di un perché nelle cose (la cosiddetta "capacità negativa" esposta da Keats) emerge con nitore, così come la percezione di un tempo che si dilata nel giornaliero e, ineluttabilmente, sembra contrarsi nelle istanze dell’amore.
Se, come sostiene il Keats nel suo poema Ode a un’urna greca, “la bellezza è verità, la verità è bellezza”, allora la Campion ci regala del cinema delizioso, denso e palpitante, che può insegnarci molto anche nel nostro veloce, distratto e superficiale 2010.
Trovate questa recensione anche su:
TuonoNews