di Lucio Laugelli
Squadra che vince non si cambia. L’avrà pensata così la grande produzione che è alle spalle dell’ultimo film di Ridley Scott, ancora una volta insieme a Russel Crowe.
Sono passati quasi dieci anni ma nonostante il periodo storico, le ambientazioni e le vicende siano lontanissime da quelle narrate ai tempi dell’antica Roma de Il Gladiatore si cerca di ricalcare un modello vincente (quello del film precedente: parte della critica aveva storto il naso - soprattutto per il profilo storico del film - ma al box office era stato un trionfo ovunque) e bissare il successo.
Credo però sia un operazione riuscita soltanto a metà.
Certi parallelismi sono palesi: l’entrata in scena a effetto del protagonista - con battuta cinica prontamente studiata - e la prima sanguinosa battaglia proprio come nel film precedente o un uomo viziato e imprudente che si fa odiare (il cattivo Giovanni isterico e insopportabile come il Commodo interpretato da Joaquin Phoenix) la donna tenace, bella e indipendente che spinge il protagonista nella direzione più giusta (Cate Blanchett forse la più brava nel dare luce a questa lady Marian più tagliente del solito) e poi il vecchio e saggio Sir Walter Loxley che ricorda l’anziano Marco Aurelio (l’imperatore che muore all’inizio de Il Gladiatore ucciso proprio dal perfido Commodo). Aggiungiamoci lo stesso look per Crowe e persino le musiche che vogliono essere un’eco dell’altro lungometraggio.
Nulla da eccepire alle scenografie splendidamente costruite per questo Robin Hood che funge da pre-quel alle vicende che già tutti conosciamo: Robin quando ancora era un arciere in fuga dalla Francia pronto a fingersi cavaliere (adottando la falsa identità di un morto) per scampare ad una guerra che non condivide. Anche gli attori sono ben orchestrati da una regia solida: William Hurt, sempre bravissimo e pure Mark Strong - che avevamo lasciato penzolare dal Tower Bridge di Londra nell’ultimo film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes - non è da meno.
Eppure c’è qualcosa che manca e che non convince totalmente chi scrive. L’impressione che troppo spesso il film sembri stia per decollare e invece poi rimane lì, a mezz’aria: zavorrato dal paragone con il suo fratello maggiore, dalle troppe aspettative del pubblico.