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Storia di un talento (e un film) sprecato.

Crazy Heart - Scott Cooper

Con Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial.
Drammatico - 1h 52'
Usa, 2009.

di Omar Manini

Crazy Heart - Scott Cooper Bad Blake (Jeff Bridges) è un cantante country sulla sessantina. Si presenta come un uomo fallito: un matrimonio finito alle spalle e un figlio abbandonato dall’età di quattro anni, una carriera giunta all’epilogo che si trascina tra un bowling di periferia e un lercio pub, una crisi economica che lo costringe a scelte non volute e tantissima solitudine da colmare tra alcool, fumo e sesso fugace.

Durante l’ultimo tour incontra Jean Craddock (Maggie Gyllenhaal), una giovane giornalista che gli chiede un’intervista. Mezzo nudo, reduce dall’ennesima bevuta quotidiana, la riceve in uno squallido motel, davanti ad un tristissimo hamburger. È l’inizio di una frequentazione che lo riporterà a credere in se stesso e a riprendersi la vita.

Questo film è Jeff Bridges. Un Bridges barbuto, rugoso, stanco, flaccido. Un attore fenomenale che fornisce una prova maiuscola dell’uomo allo sbando, trascinato dagli eventi della vita, mostrandoci tutte le declinazioni dei demoni del fallimento e sbattendoci in faccia, con energico istinto attorale, sguardi persi, disattenzioni, trascuratezze, imbranataggini, patetismi involontari (l’ostinazione a credersi ancora il migliore, malgrado l’evidenza dei fatti), del perdente. Un Oscar strameritato che rende onore alla classe vera, cristallina, del mattatore che si fa personaggio, prima di recitare il personaggio (mentre non si capisce la nomination alla Gyllenhaal, bravina ma niente più).

Poco altro rimarrà nella memoria dello spettatore e dei libri di cinema; un po’ perché il racconto è il semplice collage raffazzonato di moltissimi altri prodotti già visti, un po’ perché la forma non è all’altezza delle potenzialità insite nel plot.

“Crazy heart” è emblema di quei film che sembrano procedere, mentre in realtà mettono in scena un flashback della memoria, un incontro con il passato che aiuta a procedere e a sciogliere i nodi della storia. Purtroppo le sole idee non bastano se non si incontrano con una forma adeguata che le faccia fiorire.

La sceneggiatura di Scott Cooper, nonostante una bellissima battuta (“Tu saresti capace di far diventare cubista anche mia sorella epilettica”), è un insieme di tipi stereotipati invischiati in una retorica dei buoni sentimenti; modelli cinematografici tagliati in modo grossolano che sembrano uscire solo per merito del carisma interpretativo, piuttosto che per il lavoro di costruzione in fase di scrittura.

Troppi tagli, ellissi (montaggio o superficialità del trattamento?), episodi buttati a pioggia nel mucchio (l’ex compagna, la telefonata al figlio, la volontà di recupero dagli alcolisti anonimi...) e uno squilibrio totale tra i tempi dilatati e la concentrazione della trama. Tutto questo velocizza esageratamente la crescita drammatica e raffredda l’attesa del climax.

La regia (anch’essa di Cooper) risulta piatta come le lande desertiche e infinite mostrate con volontà evocativa. Le immagini, dove abbondano fastidiosamente i primi piani, risultano indecise nello stile da seguire e sul registro da adottare, annullate anche da una fotografia (Barry Markowitz) piuttosto unificante; il culmine si raggiunge nell’incontro tra Bridges ed il figlio di Jean che sembra una pubblicità di fine anni ’70 e nel concerto finale al crepuscolo.

Unico lampo nel buio la scena post-incidente, dove si vede il primo piano di Blake ferito nel suo camioncino e sul finestrino, abbassato a metà, si riflette il controcampo degli aiuti che stanno giungendo.

Non bastano una buona colonna sonora (Oscar anche alla canzone, “The weary kind” di R. Bingham e T-Bone Burnett) e due ridicoli camei (Colin Farrel e Robert Duvall): è veramente troppo poco. Una totale delusione.


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