L'esordio di Omar Manini sulle pagine di Paper Street!
Produzione: Francia, 2009
Genere: Drammatico
Durata: 155'
Interpreti: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif;
di Omar Manini
Ah, se al posto dei propri tetri e risibili “Segreti di famiglia” il nuovo Coppola ci avesse regalato l’aggiornamento ai tempi contemporanei delle sue saghe criminali! E, invece, l’ha fatto monsieur Jacques Audiard, cinquantotto anni, francese, professione regista cinematografico e sceneggiatore. Che di tecnica cinematografica, scrittura per lo schermo e cinefilia se ne deve intendere proprio tanto, visti i vertici a cui ci conduce con il suo nuovo lungometraggio “Il Profeta”.
Malick (Tahar Rahim) è un ragazzotto diciannovenne delle periferie parigine, analfabeta, orfano dei genitori, condannato a sei anni di reclusione per piccoli reati. Nel passaggio all’età adulta viene trasferito dal carcere minorile al carcere centrale nel quale riceve, a bruciapelo, una drammatica iniziazione: Cesar, boss della fazione corsa, gli intima di uccidere l’arabo Reyeb, passando così dalla sua parte. Con una normalissima titubanza iniziale, Malick assolve il compito affidatogli divenendo il braccio destro di Cesar; da quel momento sarà un’escalation di traffici e brutalità varie, all’ombra della legalità di facciata. Malick saprà sfruttare tutte le occasioni e diventare uno importante.
Assecondato da un cast magistrale (straordinari Tahar Rahim-Malick e Niels Arestrup-Cesar, una feroce belva da cella) con le facce giuste, Audiard e gli sceneggiatori illustrano con rigore l’ascesa nella malavita di un ragazzo indifeso, senza barriere protettive alle spalle, né culturali né affettive. Una salita nella scala malavitosa ripresa con un montaggio veloce e nervoso, così come lo è la materia trattata; la macchina da presa è costantemente a mano, spesso incollata ai primi piani dei personaggi, tesa ad illustrarne prepotentemente l’aggressività. Rughe, deformità, cicatrici parlano più delle parole e quanto le azioni, svolte tra colori lividi.
Ed eccoci qui, sorpresi e meravigliati dal fascino di questa parabola tragica; l’attività illegale di Malick iniziata quasi per caso/necessità tra le sbarre e poi continuata fuori, nel mondo reale, è sospesa significativamente tra interno carcerario (osservato con precisione chirurgica) e mondo esterno che ne riflette pedissequamente limiti, errori, volgarità. Un ponte ideale tra le due realtà, dove i limiti invalicabili sono pura e ipocrita apparenza.
L’universo circondariale, fatto di bande rivali, accordi sottobanco, silenzi omertosi, punizioni, traffici loschi si è già più e più volte visto al cinema; qui, però, il lento e necessario (nella costruzione drammaturgica del testo) dipanarsi della storia, il ruolo inutile e deleterio dei sistemi di correzione istituzionali, l’evoluzione negativa del personaggio, sono visivamente coraggiosi e non vengono ripuliti dalla loro ruvida veridicità.
Anche un profano capirebbe il valore di questa pellicola solo osservando la sequenza finale del capovolgimento dei valori all’interno del penitenziario: certo, il primo omicidio è teso e inquietante, la minaccia di soffocamento con la borsa in faccia toglie il respiro anche allo spettatore per l’efficacia visiva e la fisicità della messinscena, ma il passaggio di testimone tra Malick e Cesar è una sequenza virile e dolente, immensa, che mette in campo la fragilità della vecchiaia, la mancanza di rispetto delle nuove leve, la caducità dei ruoli umani. Vedere il vecchio punto di riferimento, il capo dei capi finora sempre in primo piano (che fino al giorno prima teneva le fila di tutti i traffici), relegato in campo lungo, snobbato e respinto nella propria solitudine, è più straziante di qualsiasi sequenza di violenza espressa.
Malick è un profeta moderno, che raccoglie in sé la colpe degli altri (il sistema, i compagni, …), ne porta il peso ed i segni e le trasfigura, predicando inconsapevolmente l’unica verbo-certezza dei nostri tempi: “mors tua, vita mea”. Magnificamente tragico.
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