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Il Gattopardo - Tomasi di Lampedusa

di Stefania Basset

Il Gattopardo - Tomasi di Lampedusa Una sera, mentre salivo su un autobus in una cittadina inglese, incontrai due simpatici vecchietti inglesi che uscivano come me da teatro. Saputo che ero italiana, mi chiesero, chissà perché, se avessi visto il film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti con Burt Lancaster e Claudia Cardinale. Non sono una di quelle persone che afferma di aver letto libri che in realtà non ha mai aperto o che loda la bellezza di film di cui non ha visto neanche un fotogramma (se vuoi farlo comprati “Come parlare di un libro senza averlo mai letto” di Pierre Bayard). Dovetti quindi ammettere che purtroppo non solo non avevo visto il film, ma non avevo nemmeno letto il libro, un classico della letteratura del mio paese che inspiegabilmente mi mancava. Viene da sé che quando sono tornata in Italia l’ho immediatamente comprato e letto.

Qual è dunque il fascino de “Il Gattopardo”, conosciuto e stimato anche fuori dai confini nazionali e studiato a scuola? Forse è il fatto che si tratta dell’unica opera di Tomasi di Lampedusa, che non fu capace di farselo pubblicare in vita ma che continuò a credere molto nel valore dell’opera fino alla morte, avvenuta nel 1957. O forse è la vicenda autobiografica degli antenati di Tomasi di Lampedusa, nobili siciliani che vivono il dramma del declino della propria classe sociale all’epoca del Risorgimento, ad affascinare il lettore. Si tratta di un libro che rappresenta un’epoca, appunto quella dell’ascesa della borghesia e del tramonto del regno borbonico, come “Il Grande Gatsby” rimane indissolubilmente legato ai ruggenti anni venti. Ma è anche la Sicilia ad essere protagonista del libro, con il suo caldo afoso e i suoi profumi, i suoi abitanti rimasti fieri ed orgogliosi nonostante le numerose invasioni e la sua completa immobilità anche quando tutto sta cambiando.

Il romanzo racconta la vita del Principe Fabrizio Salina, appartenente ad un antico casato siciliano che ha come simbolo il gattopardo. Siamo nel 1860 e i garibaldini stanno per prendere il posto del regno borbonico (all’inizio c’è un breve “cameo” di Re Ferdinando). Il Principe e la sua famiglia – tra cui l’amato nipote Tancredi – devono decidere se stare dalla parte “dei piemontesi” o sostenere i Borboni, perché presto ci sarà un plebiscito. Nel frattempo Tancredi si innamora di Angelica, figlia di don Calogero Sedara, un borghese ricco ma poco istruito e piuttosto rozzo. I tempi stanno proprio cambiando e, come dirà lo stesso Tancredi in una frase divenuta ormai celeberrima: “"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!". Ecco all’ora che il Principe decide di sostenere i garibaldini e di acconsentire al matrimonio di Angelica e Tancredi. Alla fine don Fabrizio, vecchio e rassegnato, forse non è più il “gattopardo” dell’inizio del libro, ma rimane un personaggio misterioso, i cui pensieri e vere opinioni non saranno mai del tutto chiari al lettore.


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