Paper Street accoglie un nuovo collaboratore: benvenuto a Federico Fumagalli da tutta la redazione.
Con Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio.
Italia/Francia, 2009
Drammatico - 2h 08'
di Federico Fumagalli
Il più bell’omaggio ai 100 anni di Futurismo non arriva tanto dalle numerose mostre allestite in lungo e in largo per la Penisola ma a sorpresa dal cinema. Vincere di Marco Bellocchio è un film smodatamente futurista, nell’estetica e nel pensiero. Bellocchio gioca con mestiere sull’iconografia e l’ideologia della corrente culturale e artistica generata da Filippo Tommaso Marinetti nell’Italia di inizio ‘900. Il Futurismo ebbe il ruolo di allattare quella futura classe politica che avrebbe di lì a poco sollevato il braccio destro e gridato VIVA IL DUCE. Del Duce qui si racconta (poco) la storia pubblica, (poco) la vita privata, (molto) il mito, romanzato e ricco di fascino, (abbastanza) le origini che appunto mettono radici negli anni di Marinetti, Balla e compagnia bella.
Ai margini della Storia ufficiale, è negli anni emersa la diceria che Benito Mussolini abbia avuto nel 1915 un figlio fuori dal matrimonio. Questi viene messo a tacere dal regime di papà, rinchiuso in un istituto per non alimentare voci ostili al Duce. Tra padre e figlio esercita un ruolo bigger than life la donna amante dell’uno e madre dell’altro. Si chiama Ida Dalser ed è femmina passionale, malata d’amore per Mussolini, coraggiosa come le grandi eroine dei romanzi russi e pericolosamente folle. Sedotta e poi abbandonata, trascorre il resto della vita nel tentativo di far valere i diritti, istituzionali ma soprattutto familiari, suoi e del figlio. Per impedirglielo il fascismo riserverà anche a lei una sorte buia, rinchiudendola in manicomio.
A 70 anni Marco Bellocchio continua a fare film, ad essere autore e a farsi di diritto chiamare Maestro o Dottore. Dirige attori bravissimi (Filippo Timi nel doppio ruolo del Duce e di suo figlio adulto e una Giovanna Mezzogiorno che gretagarbeggia reggendo primi piani impossibili). Ma come spesso gli accade ragiona molto e si specchia troppo, firmando un’opera di tanto cervello e poco cuore che si guarda con ammirazione ma non si ama, perché fredda e antipatica. Unico film italiano in concorso a Cannes 2009. Applausi, specie dalla stampa estera, ma niente Palma (né altri premi) al Dottore.