di Stefania Cava
“Non stai vivendo se non sai di vivere” (Fabio Volo- Il tempo che vorrei)
Dire cose scontate, a volte logicamente naturali ma incomprensibilmente difficili da realizzare, e farle sembrare perle di saggezza è un’arte. Nel corso degli anni e dei libri Fabio Volo ci ha abituato a scoprire l’ovvio, a gustare la semplicità di quei sapori, di quelle luci, che non eravamo mai riusciti a notare o ad ammettere di amare, prima. Grazie agli occhi dei suoi protagonisti, al percorso che inevitabilmente si ritrovano a fare all’inizio di ogni romanzo, alle lacrime che per amore o per necessità di crescita versano, abbiamo avuto la splendida possibilità di sentirci meno soli e incompresi, per lo meno per qualche istante. Già dopo il successo del secondo libro Fabio Volo era stato incoronato filosofo di una nuova generazione, le sue frasi prese come mantra quotidiano. Anche la sottoscritta è stata travolta in pieno dal fenomeno e dal fascino dei suoi libri, scorrevoli e piacevolmente ovvi in alcune parti, colmi di introspezione e stucchevolmente poetici in altre. Le grandi dichiarazioni d’amore, le potenti scene di sesso, le struggenti emozioni familiari. La sensazione di sentirsi sprecati, il timore di non vivere realmente. La voglia di fuggire dalla banalità, da un percorso segnato in partenza. L’inadeguatezza di fronte alla capacità di accontentarsi della gente mediocre. La sindrome da maratoneta, i porcospini di Schopenhauer, le labbra che “sono costrette a non toccarsi se vogliono dire ti odio e obbligate a unirsi se vogliono dire ti amo”. Sensazioni che più o meno tutti abbiamo provato e piacevolmente riscoperto nelle sue pagine. E’ da poco (pochissimo. Il 25 novembre scorso) uscito il suo ultimo libro, dal titolo “Il tempo che vorrei”. Da affezionata lettrice l’ho acquistato e divorato in un paio di giorni, perdendomi nella storia di Lorenzo, che vorrebbe saper amare, ma non ne è capace. Anche qui ci troviamo davanti ad un uomo in fase di formazione che deve compiere un percorso, in questo caso a ritroso e di introspezione, per poter arrivare alla fine delle duecentonovantaquattro pagine ad essere migliore di com’era nel primo capitolo. I due colossi contro cui lotta sono un padre che non ha mai saputo trasmettere amore e un’ex fidanzata che, stanca di stare accanto ad un analfabeta affettivo, ha deciso di lasciarlo. Tutto il racconto è incentrato su queste due figure che ruotano incessantemente e contemporaneamente attorno al protagonista e che scandiscono i capitoli del libro in un continuo rimbalzo fra il padre e la crescita di Lorenzo e “Lei”.
Una volta superato il piacevole torpore che tutti i suoi libri mi lasciano addosso, mi sono ritrovata fra le mani un’inspiegabile insoddisfazione. Le cose scontate erano in alcuni tratti troppo scontate, la poesia delle grandi dichiarazioni presente solo in poche pagine. I soliti personaggi spalla che permettono al protagonista di capirsi meglio sono, a mio avviso, troppi e troppo poco marcati. Il finale mi è sembrato incomprensibilmente strano, incompleto. Di realmente notevole, è il caso di dirlo, è un lungo elenco di validissimi libri e ottimi cd. “Il tempo che vorrei” è insomma una lettura piacevole, a tratti emozionante, ma sicuramente lontana dalle sensazioni a cui ci aveva abituato con “Un posto nel mondo”.