di Stefania Cava
“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. Anna Politkovskaja
Anna Politkovskaja era una giornalista. La notizia non sembra essere particolarmente rilevante, se teniamo conto che ci sono moltissime persone che appartengono alla categoria e altrettante che ambiscono al titolo, indipendentemente dalla loro capacità di comunicare qualcosa. Anna Politkovskaja era una giornalista che è morta per il proprio lavoro, la propria innata capacità di scavare sotto le menzogne che il regime di Putin accatastava nei posti più scomodi, nelle vicende più malsane. Il bello della scrittura, però, è che in qualche modo resiste anche agli assassini, alla morte. I quattro colpi di arma da fuoco che hanno freddato la giornalista non sono così stati capaci di arrestare l’ondata dei suoi articoli, dei suoi reportage dalla Cecenia, della sua lucida analisi di una società, quella russa, sempre più ingiusta e corrotta. Con “Proibito Parlare” abbiamo la possibilità di leggere dalla penna della giornalista le notizie raccolte sul campo nel caso ceceno, nel massacro alla scuola di Beslan, nel teatro Dubrovka, toccando con mano le sofferenze della gente comune ai soprusi del potere, avvicinandoci umanamente ai protagonisti di una tragedia ben al di là dell’umano. E’ difficile leggere queste pagine senza lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla sofferenza dei protagonisti e senza stupirsi di come, all’alba del Ventunesimo secolo, siano possibili simili barbarie. L’obiettivo della Politkovskaja era quello di dar voce a chi veniva zittito dal potere, di guardare al mondo con gli occhi di una persona comune e di raccontare senza timori e consapevole dei rischi, ciò che le si presentava davanti.
Due anni dopo la sua morte, avvenuta il 7 ottobre 2006 a Mosca, la Corte suprema federale ha annullato la sentenza di assoluzione precedentemente emessa dal Tribunale di Mosca per l’ex dirigente della polizia moscovita, accusato di essere l'organizzatore logistico del delitto, nonché per i due fratelli definiti come i presunti "pedinatori" della vittima e per il tenente-colonnello per avere fornito l'indirizzo della giornalista al gruppo ceceno. Si ipotizza anche di un terzo uomo, ricercato all’estero come presunto killer. Ciò che resta della Politkovskaja, al di là della sua tragica fine e della tormentata vicenda del suo omicidio, è una profonda lezione di giornalismo splendidamente realizzato a costo della vita e un lucido sguardo sulle ingiustizie che troppo spesso restano impunite.