Con Sacha Baron Cohen, Gustaf Hammarsten.
USA,2009.
Commedia - 1h 21'
di Paolo Parachini
Essere spettatori di Brüno, come per Borat, implica una presa di posizione. Le due fazioni entro le quali schierarsi sono opposte e direttamente contenute nella pellicola. Si può, quindi, innervosirsi, arrabbiarsi, scandalizzarsi, sentirsi irritati, o persino restare impassibili, di fronte agli episodi contenuti nel film, esattamente come le “vittime” delle provocazioni di Sacha Baron Cohen e Larry Charles (regista del film), oppure si può accettare e gustare la provocazione di turno.
La reazione di molti spettatori, cioè di non apprezzare la comicità e l’umorismo del film, per via di eccessi, volgarità o altro, oppure l’essere scandalizzati dalle offensive prese di posizione di Brüno (inteso come protagonista del film), porta questi spettatori a comportarsi esattamente come le vittime ignare della finzione a cui stanno assistendo. In realtà, non proprio di finzione si tratta (o almeno si presuppone che non lo sia), in quanto Brüno, come Borat, è strutturato con la ripresa e il montaggio di incursioni reali del protagonista, che si finge un modello - presentatore televisivo omosessuale, in disparate situazioni. Ciò che però sa lo spettatore, a differenza delle persone nel film, è che Brüno è un’opera di finzione, e che i comportamenti di Brüno sono studiati e pensati per provocare nella gente la reazione più negativa possibile. Il fatto che anche lo spettatore abbia una reazione di disgusto, di irritazione e di distacco, lo porta al medesimo livello delle vittime di Cohen e Charles.
Brüno fa meta cinema, o meta spettatorialità.
Quello che sarebbe il modo più giusto di approcciarsi a Brüno è di considerare la provocazione, esagerata, immorale (ma qual è, poi, la morale?), volgare, come uno strumento per considerare il proprio ruolo di spettatori del film e, di riflesso, di spettatori (e componenti) della società contemporanea. Nel film, infatti, è attraverso la provocazione che vengono, anche, messi in discussione gli assurdi comportamenti di alcune categorie sociali.
Che poi il prodotto di Larry Charles sia cinematograficamente meno funzionale e meno ben gestito (nei tempi delle “gag”), di Borat (il cui paragone è d’obbligo, vista l’uguaglianza di struttura e di intenti), quello è indubbio.
La sfacciataggine, l’eccesso e l’uso disinvolto della volgarità e del linguaggio scurrile (due cose che fanno parte della nostra società, quindi è corretto utilizzarle e non nasconderle) di Sacha Baron Cohen, uniti alla profonda voglia e capacità di Larry Charles di provocare (che raggiunge il massimo in Religulous, precedente pellicola del regista), rendono Brüno, comunque, una pellicola da guardare e che si lascia guardare. A prescindere da quale categoria facciate parte, in quanto è soltanto grazie alla presenza di entrambe le tipologie di spettatori che Brüno può considerarsi un film riuscito.
Voto: 2,5/4