di Federico Braconi
1.
BUON NATALE!
Il giorno 24 Dicembre 1998, Mario Cicolani, per gli amici Nich, si era alzato prima del solito, perché di lì a poco, nel primo pomeriggio, sarebbero arrivati gli zii di Poggi Bonzi per festeggiare il Compleanno.
Mario aveva appena aperto gli occhi e si era voltato pigramente verso la finestra ad ammirare la timida luce del Giorno giallastro, intrappolato dal vuoto del risveglio, bloccato da una vaga contemplazione o da una vaga speranza. Mario Cicolani, per gli amici Nich, non era un culturista e tantomeno un salutista: mens-non-sana in corpore-non sano: pesava settanta chili dai tempi dei quattordici anni (periodo in cui la gente più o meno lo conosceva, lo salutava, apprezzava o disprezzava, vedeva per le ultime volte).
…come quella notte che era entrato di soppiatto con Costantino e Achille a scuola e, manco a dirlo, degenerò e finirono per spruzzare estintori ovunque: banchi rovesciati, lavagne bianche, risate a garganella. Che buona fu quella sigaretta fumata nel pieno della notte…il giorno dopo tutta la scuola fu riconoscente ai “vandali”.
Poi più niente.
Niente, non era più uscito di casa: forse non aveva voglia, forse aveva paura, o magari si trovava bene così, fatto sta che non si vedeva più in giro da diversi anni: tornava da scuola, mangiava e poi passava le sue giornate così: chissà come.
Ma adesso era quasi Natale e Nich doveva fare un tributo alla società della quale aveva smesso di far parte da ormai circa sei anni. Non gli importava tanto mettere i puntini sulle i, fare punto e a capo né la punteggiatura in generale: era già da un po’ che pensava di evadere.
Quella mattina sembrava che facesse freddo e lo specchio gli sputava in faccia. Quello specchio del cazzo da sei anni gli sputava in faccia tutte le mattine e forse per questo non usciva mai dalla sua fortezza di sessanta metri quadrati (casa), si sentiva sporco, ed era solo. Chissà se Mario, per gli amici sempre Nich, aveva internet. Sicuramente, se si considera la sua tendenza all’ isolamento e alla solitudine non avrebbe dovuto avercelo, credo. Ma non credo. Oggi come oggi, internet ce l’ hanno tutti, tranne me. Chissà se era più fuori dal mondo lui, senza mai essere uscito di casa, o io, straccapiazza patentato, senza aver mai scritto www da nessuna parte ( a parte qui).
Inutile dire che Mario ( anzi, Nich) non pensava mica a queste cose quando arrivava al tavolo della cucina quella stessa mattina. Aveva quel po’ di fame che hanno quelli che non vogliono mangiare e sono troppo abituati, chiamala pigrizia, chiamala vigliaccheria, o come altro ti pare:qualsiasi cosa fosse, ce l’ aveva da sei anni.
Sul tavolo c’ era un biglietto:
E’ MORTA ZIA MARISA,
SIAMO ANDATI TUTTI A POGGI BONZI
NEL FRIGO C’ è TUTTA
LA ROBA DELLA CENA
NON SO QUANDO TORNIAMO
TI CHIAMO APPENA POSSO
MAMMA
La prima cosa che Nic penso fu: “ma che davero?!?”.
Poi se ne sbatté. Ma non troppo, insomma, tanto di cappello quando si incontra la Morte, un po’ di meno per la zia Marisa. Però basta così, insomma: è sempre Natale, cazzo. La morte ci sta sempre e può essere tutto: lo ‘spiegamento’ logico della vita, un sollievo, un avvenimento, la fine di un dittatore come di una zia, di un’ epoca, la scomparsa di un amico, un errore, una sconfitta e anche molte altre cose che vi pare, difficili da spiegare in Italiano.
Così, mentre Gesù (bambino nato da falegname capricorno e donna vergine)si apprestava a nascere per la millenovecentonovantottesima volta, zia Marisa moriva per la prima. Fu così che, ispirato attivamente da questa prima morte, Nich, che di attivo aveva solo i suoi venti compleanni e un diploma di terza media, pensò:
“Oggi esco.”
Quindi strappò l’ involucro del pandoro, rese grazie, ci mise lo zucchero e fece una beata colazione, si lavò, si tolse il pigiama (che ormai era diventato una specie di uniforme visto che non se l’ era quasi tolto per sei anni), si preparò piuttosto solennemente… un’ ultima controllata… ciao.
C’ era sole e non faceva poi così tanto freddo se si considera il proverbiale Natale con la neve. Mario si piazzò le mani in tasca e intascò la via della piazza con il mento sul collo. Non sapeva ancora che cosa lo aspettava e camminava con non-scialans (ma come si scrive non-scialans?): con passo lento e timidamente guardingo. Un indeciso timidamente solo che cammina per una discesa paesana dopo sei anni che gli è morta la zia la vigilia di Natale per andare a vedere vecchi giocare a carte in un bar senza neanche una virgola che passa davanti al ferramenta e urla forte:
“Banana!”
Un ragazzo che camminava con un giubbotto giallo pesante almeno sei o sette chili sull’ altro marciapiede si bloccò incredulo e pensò: “ma che davero?!Ma che è ancora vivo questo” ; e disse: “ma che davero!? Nich! Ma che sei ancora vivo!?”. Sì perché Fabio, Banana per gli amici, era uno che diceva tutto quello che gli passava per la testa e che iniziava sempre le domande con un ‘ma che’; era uno con cui Nich, da piccolo, trascorreva volentieri il suo tempo e l’ aveva chiamato (e riconosciuto) con un colpo d’ inconscio alla Paganelli. Pure io quando lo incontro mi sento sempre tipo sollevato e mi spunta il sorriso. Banana, mentre scrivevo queste due righe, aveva già raggiunto il Nostro, gli aveva stretto la mano e gli aveva rivolto la parola.
Seguì un breve dialogo chiuso dalla parola “insieme”.
E insieme s’ incamminarono.
I due, amici d’ infanzia, non si vedevano da sei sette anni e avevano tante cose da dirsi.
Ma anche poche cose a quanto pare: camminavano in silenzio guardandosi attorno, senza imbarazzo fino ad arrivare di fronte ai giardinetti, palcoscenico delle loro noie e bravate d’ una volta ed ecco che si arrestano insieme, imboccando il vialetto d’ ingresso, si siedono su un muretto di pietra e cemento, si guardano ancora un po’ attorno, si accendono una brava sigaretta, si.
(Forse andavano al bar: lo so che sono passato più o meno da un passato remoto a un presente e che probabilmente sbaglierò ancora, e che questo racconto sembra un po’ scoordinato ma in fondo, che importa?, io sono soltanto un batterista, e continuo a raccontar).
Fu così che con in bocca un Domisol, un aspirante operaio e un ingegnere, dopo più di duemila giorni, i due ripresero le loro discussioni più o meno da dove le avevano lasciate: Banana era fidanzato con una romana da cinque mesi, a pesca ci andava, lavorava da falegname nella ditta del Frabetti e si trovava bene.
-“ Ah Nich, non poi capi’; te lo ricordi er fratello de Pasqualino Domisol, Arturo? Non poi capi’ è arrivato ieri sera in cantiere che je serviva lavoro: “Guardi signor Frabetti, C’ ho veramente un certo bisogno DE lavorare; ecco è un brutto momento PE me e C’ avrei un certo bisogno DE soldi, io non C’ ho tanta esperienza però A BONA volontà ce la metto-…aò se stava quasi pe mette a piagne, allora quello, er capo mio je fa: “E va bene Arturo, che ti devo dire, vieni domani mattina alle sette e mezza e vediamo quello che si può fare…” e quello:- “De mattina, ma che sei scemo???”
Ah, ah: pensa tu Banana: era cresciuto e lavorava, ma era rimasto sempre acerbo come una volta. Nel suo divertimento dunque, l’ evaso rispolverò il telefonino dalla tasca, giusto per controllare.
svelò uno sguardo stupefatto di fronte alla impertinente novità:
1 chiam. Persa
mamma. Cesira gli aveva telefonato e lui non aveva risposto: nessuno dei due casi si era mai verificato prima negli ultimi sei anni , specie simultaneamente.
- Ah Bana’, m’ ha chiamato mi’ madre…
- E mo che cazzo voi da me?
Così, incoraggiato dalla perentoria richiesta dell’ amico, continuò a vivere la sua vita indipendentemente dalla sua famiglia. Era la vigilia di Natale, aveva una zia di meno e non gli fregava niente di tutto questo: la sua testa era Banana al 100 per 100 prendendo in direzione di un altro discorso bello tondo e ragionevole.
E’ a questo punto della storia che intervengo io: arrivo da una stradina laterale con la mia camminata alla Jonny Molinari, cappello NIKE blu, sciarpa del Bologna F.C., un pacchetto da venti in tasca, occhiali da sole davanti la faccia e molti altri panni addosso che non hanno bisogno di presentazioni, io sono un batterista: che camminata ragazzi.
E’ a questo punto che la storia comincia, e la scrittura si fa un po’ più lineare.
Arrivo e mi siedo sul muretto vicino a Nich, gli dico:-“Ma che davero?!Bella Nich…” (come potete notare, non eravamo molto originali nei saluti…) e iniziamo un discorso tipo “se è meglio una serata tra amici o una in discoteca”. Continuiamo così a discutere tranquillamente quand’ ecco che passa Luisa:una ragazza aveva chiuso tutti i discorsi, come sempre.
- AH FATA!- urlò Banana.
Haudrey Hepburn si gira e scandisce un bel sorriso, ci guarda per un attimo(così, tanto per) e poi sfila sui giardini, verso di noi. In questo momento mi piacerebbe proprio stare nella testa di Nich.
Ma Nich non pensa a niente e si accende solo una sigaretta rispondendo qualcosa a Banana.
-“Ammazza quanto sei bona Lui’!”- esordì Banana, che dopo averle dato pubblicamente della “fata” non era ancora sicuro di aver espresso bene il concetto.
- “ciao Bana’, che so’ tutti sti complimenti? Non eri fidanzato tu…- disse lei col Suo sorriso.
- “te lo darei io il fidanzamento a te….” (meglio abbondare…).
- “Ciao Giamp’: ma che hai portato un amico tuo da…Nich?!? Ma che davero!!” (il saluto,c.v.d.)
E gli si buttò al collo in tutto il suo splendore baciandolo fragorosamente su tutte e due le guance.
Segue tra i due un dialogo e anche qui finisce con la parola “insieme”.
Improvvisamente mi accorgo che è quasi una pagina che non dico una parola e faccio:- “Ah Bana’ m’ accompagni un attimo a compra’ le sigarette?!”
Le immagini si bloccano
Le sigarette già ce l’ ho.
Non vi preoccupate, una cosa per volta.
Per adesso, voi vi fate i cazzi vostri e venite al bar con me e Banana e lasciate Nich da solo con Luisa pure voi. Magari poi… no, niente… Giusto Bana’?
-“giusto.”
Le immagini si sbloccano
Poi mi ricordo: “ah, Nich, ma tu ce l’ hai internet??”
-“ce l’ ho sì… perche?”
e prendo a camminare spalla a spalla col Frutto senza rispondergli proprio.
Ci avviciniamo ancora un po’ alla successione degli eventi: da qua in poi, non si scherza più e voi, cari lettori, non verrete più chiamati in causa, credo.
Certe volte ci si ferma, come incantati, da qualcosa che abbiamo sempre visto e non abbiamo mai riconosciuto ,piccole cose, stupide- se volete- che è sempre meglio controllare, una volta ogni tanto. Ci si ferma lì a guardare qualcosa che per nessuno ha un significato particolare, e per noi sì, la vediamo per un attimo, senza pensieri per la testa…eh già, certe volte la testa ti si svuota di colpo, come un secchio d’ acqua sporca e rimani solo davanti ad una scena…eh già, fanno male le canne. Mi affacciai così alla vista dei tavolini del bar: c’ ero troppo abituato: tavoli, birra, carte, fumo, cameriere, vecchi, ecc.
Banana manco li guardò e aveva già preso le carte si era accomodato tra un tavolino e un muro mentre io mi toglievo il giubbotto per una partita a scopa che valeva una birra. Che ci volete fare? È la tradizione qui, non è che siamo alcolizzati: l’ alcol è l’ abitudine, la tradizione, la normalità; chiamatela come vi pare, io non sono bravo con le parole, quello che so è che una giornata senza birra, qui, è una specie di sigaretta senza filtro.
Fatto sta: tra nuvole di fumo e bestemmie in dialetto (già perché -non dimenticate- siamo nell’ anno 1998 è la legge del 2001 sul fumo e quella del 2012 sulle bestemmie non erano ancora entrate in vigore), avevamo già “chiamato” la birra quand’ ecco che tra il quadro di Giuliani e il muro, dalla porta laterale del bar entrò Luisa piangendo.
Perche piangeva? E Nich, dov’ era Nich?
Non facemmo in tempo a chiederle che cosa avesse fatto che le pareti si misero a tremare.
Una scossa di terremoto stava abbracciando tutto il locale quando la gente si alzò e tutti presero la via della porta e il cappello,il paese intero stava tremando. Dai bicchieri colmi dei vecchi traboccavano gocce di birra inondando i tavolini, tutti si erano alzati e avevano preso, in fila come scolaretti, la via della strada.
Tutti tranne uno.
Solo un vecchio muratore piccolo piccolo, col cappello sul tavolino, si era fermato al suo posto con il bicchiere alla bocca calmo calmo, senza parlare.
Quando la scossa finì e tutti si affacciarono dentro a controllare l’ uomo quello, quasi scherzando, mormorò ad alta voce: -“ma dove cazzo andate? Questo Bar qui e sicurissimo, l’ ho costruito io nel ‘74, e state tranquilli….”
quello non avrebbe mai potuto fare il politico, pensai, e persi la vista di Luisa.
Perché piangeva? E Nich, dov’ era Nich?
2.
SENZA TITOLO
Mario Nich aveva già ripreso la strada da quattro minuti e pensava senza tregua a quello che aveva appena fatto.
Quando esce Nich, tira il terremoto: Buon Natale.