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Il mio vicino Totoro - Hayao Miyazaki

di Paolo Parachini

Il mio vicino Totoro - Hayao Miyazaki L’uscita di Il mio vicino Totoro nelle sale italiane porta a fare due considerazioni: la prima è la solita condizione nefasta della nostra distribuzione, con l’uscita di un film 21 anni dopo la sua uscita nel Sol Levante; la seconda è notare come, a distanza di 21 anni, Il mio vicino Totoro mantenga tutta la freschezza e l’originalità della sua essenza, senza risultare minimamente scalfito dal passare del tempo.

Il mio vicino Totoro esce nel 1988 come quarto film dello Studio Ghibli, fondato da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. E non è un caso se Totoro, l’essere mitologico che da titolo al film, è divenuto il logo della casa di produzione fondata da due grandi maestri dell’animazione nipponica. Il mio vicino Totoro, infatti, rappresenta una sorta di manifesto dello Studio Ghibli, in quanto condensa perfettamente quello che è l’intento produttivo e quella che è l’intenzione poetica del suo regista di punta: Hayao Miyazaki.

Il mio vicino Totoro è, come molti altri film di Miyazaki (ma anche di Takahata, qui da noi ingiustamente trascurato), una poesia scritta come se fosse una favola. Ma, volendo, Totoro è anche una preghiera, un inno alle divinità della natura, ai kami della credenza scintoista, gli spiriti che risiedono in ogni cosa.

Per accedere alla tana/tempio di Totoro bisogna attraversare un sentiero che inizia da un’apertura (il torii). Totoro rappresenta quindi una sorta di officiante/sacerdote che nel suo tempio scintoista (rappresentato dal bosco) invita soltanto chi è degno di comprendere l’importanza del suo dettame: il rispetto e la gioia di contemplare il creato. E come da tradizione, i primi a poter comprendere senza filtri un concetto sono i bambini. Non solo personaggi atti a facilitare un’immedesimazione secondaria del pubblico più giovane, ma anche emblemi d’innocenza, e punti di riferimento per gli spettatori più anziani: gli stessi genitori.

Così è attraverso una danza propiziatoria intorno a dei germogli, in costante bilico tra la realtà e il sogno, come è si è in bilico, in quanto uomini, tra la concretezza e la fede, o attraverso la ricerca dei makuroske in una casa impolverata, che l’uomo si avvicina al suo vero contesto: l’ambiente sacro che lo circonda.

E la fede nei kami non fa che aumentare la speranza, quella che la famiglia resti sempre unita, anche dietro le difficoltà che il destino riserva, come quella della malattia. La madre di famiglia, lontana per degenza, non è un dramma da affrontare, ma un’occasione con cui continuare a sperare. E questo Miyazaki lo sa bene: la speranza, e la fede nel creato, sono elementi cardine per la vita umana, e per la riuscita di quella poesia che è il suo cinema.


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