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Fabrizio De André

11 gennaio 1999
11 gennaio 2009


A dieci anni dalla morte le iniziative per ricordare Faber sono innumerevoli e sparse in ogni angolo d’Italia. Su tutte la grande mostra che gli dedica la sua Genova a Palazzo Ducale (http://www.palazzoducale.genova.it/deandre/index.htm) e la diretta di tre ore e mezza su RaiTre di Che tempo che fa, durante la quale tutte le radio d’Italia trasmetteranno una canzone di Fabrizio. E poi concerti, convegni dischi e documentari in tutte le librerie. Una straordinaria dimostrazione di affetto per un cantautore, un poeta che ha attraversato la nostra vita restando nel cuore di tanti italiani, di tutte le età. Anche noi di Paper Street vogliamo ricordarlo, scrivendovi del nostro De Andrè, perché ognuno ha il suo e se lo dovrebbe tenere ben stretto.



 


Potevo attraversare litri e litri di corallo

di Francesco Vara



11 Gennaio 1999. Fabrizio De Andrè raggiunge i cari fratelli dell'altra sponda dopo aver combattuto contro un ben poco poetico male incurabile. A dieci anni di distanza il suo ricordo rimane più vivo che mai, tributando con mostre, rubriche televisive e quant'altro quello che è stato definito il Bob Dylan italiano (o, come forse più giustamente dice Fernanda Pivano, probabilmente Bob Dylan è il Fabrizio De Andrè americano).

La domanda che sorge spontanea è: come mai l'Italia, paese dell' effimeratezza dei personaggi e degli eventi, esaltatrice del futile e unita solo durante i mondiali di calcio, non riesce a segregare De Andrè nel dimenticatoio nazionale? Migliaia di risposte, nessuna risposta.
Poeta degli emarginati e degli ultimi, che almeno nelle sue canzoni abbiamo in qualche modo amato, riconoscendoci tutti in essi almeno per un momento, patria di tutti i tempi, consolati dalla voce profonda del cantautore genovese, ascesi fino alle vette più alte del lirismo poetico, inconsueti ma quanto mai efficaci modelli letterari.
Poeta bestemmiatore, autodidatta della religione, capace di cogliere quanto di rivoluzionario c'è stato nella figura di Gesù e nell'avvento del cristianesimo e primo critico ed ironico dissacratore della visione distorta data dal clero di questo culto.

Poeta dell'anarchia, in perenne contrasto con l'ambiente borghese che ha frequentato con insofferenza negli anni giovanili, ma da esso in qualche modo attratto.
Poeta dell'amore, quello confuso e pericoloso, che va a braccetto con l'odio, senza sentimentalismi ma lasciato trascinare impazzito dagli eventi esterni, e del quale prendiamo realmente coscienza a occasione perduta.
Poeta didattico, che nelle sue canzoni presenta sempre una morale finale, spesso sarcastica, in cui il giudice corrotto viene sodomizzato da un gorilla, in cui l'ordine costituito e l'arroganza del potere per un momento hanno la peggio, giusto il tempo di una canzone.
Infine Uomo, fragile, insicuro come tutti ma unico realmente colpevole di esserlo.


“Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.”



 


Il mio De André


di Giacomo Lamborizio


A undici anni può capitare di perdere la propria musica e non saperlo ancora. Dieci anni fa De Andrè era una cassetta, sempre la stessa, nella macchina dei miei che non mancava mai durante i lunghi viaggi. Quando è morto Fabrizio ero un bambino che ogni tanto canticchiava il Pescatore e non aveva ben chiaro cosa stesse facendo. Da allora sono stati per me dieci anni di scoperta postuma. Dalle canzoni sparse nelle compilation trovate in casa ai cd, fino ad arrivare a capire finalmente quello che c’era dentro, quello di cui avevo bisogno: la poesia e l’anarchia. De Andrè, come tutti i grandi poeti, aveva il potere di costruire il mondo con le sue parole dando un nome alle cose, renderle più chiare e vivide e in questo cambiare la vita di chi guarda il mondo con le sue parole sulle labbra. Mi manca la sua voce per aiutarmi con questi dieci anni, ma un po’ sono contento che non abbia visto tanto schifo. Ricordo commosso allora l’uomo davvero libero e voglio smetterla con le definizioni perché lui le avrebbe prese come degli insulti e si sarebbe andato ad ubriacare e avrebbe scritto una cosa così:




E poi sorpreso dai vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"

"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta."
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire

il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

(Amico Fragile, 1975)



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