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Michael Jackson

di Luca Robotti e Alessandro Gandini

Michael Jackson Non c’e niente da fare, è una delle leggi non scritte della vita. Tutti i Re se ne devono andare prematuramente. Elvis, il re del rock. Jimi il re della chitarra. Bonzo, re delle pelli. Morrison, re dei poeti. Dean, della gioventù e del suo fuoco. Cobain, re del grunge. Ieri questa legge ha ancora una volta fatto sentire la sua voce. Michael, il re del pop. Anche lui, che ha dovuto portare sulla sua testa una corona così splendente e magnifica, ma anche così pesante, se n’è andato prima del tempo, rapido come il suo leggendario Moonwalker. Lui forse più di altri ha sentito quanto era faticoso indossare quella corona.

Ma Jacko era anche tanto altro. Jacko era un Peter Pan senza Campanellino, intrappolato in un corpo che non voleva, in perenne lotta con il tempo e con la vita, che costringe a crescere anche quando non si vuole, persino chi da bambino è una celebrità, un Dio dell’Olimpo. Jacko era il Dorian Gray del Ventesimo secolo, rimasto incastrato in un’immagine, la sua, che lo perseguitava. E come Dorian, viveva dentro un riflesso. Il suo. Fra luci, tante, e ombre, forse anche di più, con quelle brutte storie di bambini che si portava dietro come un ombra scomoda.

Michael Jackson è nato nero ed è morto bianco. Michael Jackson ha scritto l’album più venduto nella storia della musica. Thriller, più di 100 milioni di copie. Michael Jackson viveva in un parco giochi. Michael Jackson ha lasciato 400 milioni di dollari di debiti ai suoi figli. Michael Jackson ha influenzato più di chiunque altro artista del mondo tutto per quello che concerne la musica Pop degli anni 80 ad oggi, e continuerà a influenzare per sempre. Dai video, ai balletti, al modo di cantare, ai beat delle canzoni. Michael Jackson ieri è morto, e da oggi in poi nasceranno leggende su di lui e sulla sua morte, sul fatto che magari non è morto, che tutto è finto. Questo a noi sinceramente non interessa.

Il Re è morto. Viva il Re.


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