di Andrea Chimento
«Solo il fuoco sa del mio ritorno» ribete Anberber, che torna nella natale Etiopia nel 1990 dopo aver passato i precedenti vent’anni della sua vita a studiare medicina in Germania.
Aveva lasciato l’Etiopia imperiale di Haile Selassie per rientrare in quella socialista di Haile Mariam Menghitsu; ma nulla sembra davvero cambiato.
Anberber torna in Etiopia deciso ad aiutare il suo popolo: è pieno di speranze che il nuovo governo abbia scritto la parola fine a secoli di regimi dispotici che l’Etiopia ha dovuto attraversare.
Il suo sogno primario è quello di abbracciare sua madre alla quale ha pensato assiduamente nei suoi trascorsi in Europa; ma il suo desiderio è anche quello di abbracciare la sua seconda madre: l’Africa che si augurava di trovare diversa rispetto a quando era partito.
Il suo arrivo porta speranza ad un paese afflitto da carestia, povertà e violenza; Anberber viene visto come un salvatore, ma nemmeno lui potrà fare niente.
Dopo essersi reso conto del costante disordine sociale in cui è immersa la sua terra, Anberber capirà la sua impotenza di fronte ad una situazione che sembra infinita e inarginabile. Ben presto la sua diventerà una presenza fantasmatica, che non ha portato cambiamenti concreti come tutti si auguravano.
Nessuno pare più considerare la sua presenza e soltanto il fuoco sembra veramente accorgersi che è ritornato.
Teza è la rugiada, l’acqua della speranza per un futuro migliore, che si oppone a quel fuoco che non riesce a bruciare le scorie di un tragico passato che pare non volersene più andare dal continente africano.
Haile Gerima racconta tramite il personaggio di Anberber trent’anni di storia del suo paese, l’Etiopia, che è sempre stata l’unica e vera protagonista del suo cinema.
Teza è un’opera estrema, a tratti eccessiva e certamente debordante: molto diversa dal minimalismo che ha contraddistinto buona parte dei film africani usciti negli ultimi anni.
Attraverso un montaggio complesso, che sembra rimandare addirittura alle avanguardie degli anni ’60, Gerima unisce passato, presente e sogno che si interrompono e si uniscono attraverso le immagini.
Mescolando i piani temporali e mentali si racconta la vita di Anberber, che diviene così metafora diretta della storia recente dell’Etiopia. La Storia (con la “s” maiuscola) del paese è rappresentata quindi dalla storia (con la “s” minuscola) del protagonista, che si ritrova costantementa a guardare i tramonti della sua terra senza poter fare per lei nient’altro che ammirarla in tutta la sua bellezza.
Teza è anche un film che conferma lo spessore del cinema africano del nuovo millennio, seppur si distacca dalle opere più significative degli ultimi anni del continente.
Se Daratt del ciadense Mahamat-Saleh Haroun ci mostrava l’Africa partendo dal basso, dalla secchezza della terra, e se invece Mooladé del senegalese Ousmane Sembene era uno sguardo dall’alto sull’arretratezza del paese e del rito della mutilazione del sesso femminile; Teza è un film che crea il suo punto di vista partendo da un altro luogo.
Lo sguardo messo in scena dall’etiope Gerima parte infatti dalla mente del protagonista.
Uno sguardo soggettivo, mentale, di un uomo che ha sperato di trovarsi davanti agli occhi un paese diverso e che invece può soltanto sedersi davanti al fuoco e sognare di un Africa nuova dove la rugiada della speranza non scompaia ogni giorno al sorgere del sole.