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Nemico Pubblico numero 1 - Robert Connolly

di Gabriele Massaro

Nemico Pubblico numero 1 - Robert Connolly Nella più famosa dichiarazione rilasciata per il libro/intervista di François Truffaut, Alfred Hitchcock sostenne che “Il cinema è la vita senza le parti noiose”.
Un'affermazione che il regista Jean-François Richet (al suo attivo, oltre ad alcuni film da noi rimasti inediti, anche il remake del carpenteriano Distetto 13) e lo sceneggiatore Abdel Raouf Dafri paiono aver preso un po' troppo alla lettera. Almeno stando alla prima parte del dittico che ricostruisce la vita di Jacques Mesrine, dichiarato “nemico pubblico n. 1” in Francia e Canada intorno ai primi anni '70, basato sulla sua autobiografia. Nonostante l'abbondante tempo a disposizione (110 minuti di questa pellicola, più altri 130 di Nemico pubblico n. 1 – l'ora della fuga, in uscita ad aprile), gli autori hanno infatti deciso di imprimere un ritmo forsennato che, se da un lato contribuisce a tenere desta l'attenzione degli spettatori, dall'altro riduce a poco più che ectoplasmi gli uomini e le donne che interagiscono con Mesrine. Tolto Gerard Depardieu – che, incurante della scarsa incisività del suo personaggio, si salva con solit(d)o mestiere – tutti gli altri interpreti non hanno altro compito al di là di evidenziare (anche in chiave negativa) le scelte di vita compiute da Mesrine.
Va comunque detto che Vincent Cassel, che presta volto e corpo al bandito, assolve egregiamente il suo compito, riuscendo (anche grazie allo script che non ne cela gli aspetti più truci) a non mitizzare la figura del gangster. Un eccellente lavoro attoriale, riconosciuto anche alla premiazione dei César, noti da noi come gli “Oscar francesi”, dove gli è stato assegnato il premio quale miglior attore. Altre statuette, a fronte di ben dieci candidature, sono andate allo staff che ha curato il suono e alla regia di Richet. Da lodare anche il lavoro di quest'ultimo che, dimostrando di aver imparato la lezione dei più grandi, fa un sapiente ricorso ad alcuni espedienti visivi – quali lo split screen e frenetici campi/controcampi – che contribuiscono a richiamare alla mente il cinema (“di genere” e non) degli anni '70. Evocati anche dal commento musicale curato dall'italo-americano Marco Beltrami e dal collega Marcus Trumpp.
Sospendendo il giudizio complessivo nell'attesa di vedere anche la seconda parte, che si preannuncia stilisticamente molto differente, si può comunque affermare di trovarsi di fronte a un buon prodotto, realizzato con professionalità e che difficilmente deluderà le aspettative.
Fermo restando però che, nonostante l'entusiastico parere di qualche illustre critico secondo cui questo film «è un capolavoro teso fra realismo poetico e neopolar» (Giona A. Nazzaro – Film TV), il cinema di Marcel Carnè, Jacques Deray e Jean-Pierre Melville resta alcune spanne al di sopra.

VOTO AL FILM: 7/10


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