di Andrea Chimento
Sembra di trovarsi davanti le pagine di un nuovo libro di Cormac McCarthy guardando l’ultimo film di Clint Eastwood.
Il passaggio generazionale, in un paese “non più per vecchi”, è sempre stata la tematica più trattata e sviluppata da McCarthy nel corso della sua carriera: se nel suo La strada il simbolo di questo passaggio era il fuoco, la fiaccola presente anche nel romanzo trasposto con successo dai fratelli Coen, in Eastwood l’oggetto che decreta la trasmissione fra generazioni è un’automobile, la Ford Gran Torino che dà anche il titolo al film.
Questo simbolo non viene passato semplicemente al proprio figlio, ma alla persona che più delle altre riesce a meritarlo, a chi “porta il fuoco” avrebbe scritto McCarthy. Questa persona meritevole, in Gran Torino, è un ragazzino di origine cinese con il quale il vecchio razzista Walt Kowalski riesce ad instaurare un rapporto che con i suoi figli non è mai riuscito ad avere.
Una relazione talmente sincera e umana da essere degna perfino di un sacrificio finale del protagonista per preservare l’integrità morale del suo erede.
Gran Torino è però soprattutto un film Eastwoodiano. Non tanto, questa volta, dal punto di vista registico, ma soprattutto da quello attoriale.
Come si sa da diverso tempo, Gran Torino (come dichiarato dallo stesso regista) sarà l’ultimo film al quale Clint prenderà parte come attore, concentrandosi prossimamente (e speriamo ancora per molto) unicamente sulla regia.
Rispetto ai suoi ultimi lavori, infatti, la regia sembra, seppur sempre di buonissimo livello, meno perfetta e che Eastwood si sia concentrato soprattutto, e forse giustamente, sulla costruzione del suo personaggio.
Walt Kowalski diventa infatti la summa di tutti i personaggi interpretati dal grande attore nel corso della sua lunga carriera: vi è tutta l’aggressività dell’ispettore Callaghan, tutta la solitudine del cowboy senza nome della “trilogia del dollaro” fino alla grande umanità e forza di Frankie Dunn, la sua ultima interpretazione prima di questa, in cui insegnava a combattere e a vivere (proprio come fa Walt con Thao) a Maggie nel suo capolavoro Million Dollar Baby.
Anche Walt Kowalski è infatti un antieroe, l’archetipo eastwoodiano per eccellenza, presente nel selvaggio west così come nell’America contemporanea, riuscendo così a raccontarci anche le contraddizioni e l’imbarbarimento degli anni in cui stiamo vivendo. Antieroi che erano anche i soldati del bellissimo Flags of Our Fathers, trasformati in eroi nazionali per essere apparsi casualmente in una celebre fotografia.
Il funerale finale simboleggia quindi la morte, non solo di Kowalski, ma dell’icona Eastwood: non vedremo più sullo schermo il suo volto, non sentiremo più le sue battute; potremo soltanto goderci le sue prossime regie, ma forse non sarà più lo stesso.
Un canto del cigno della sua immagine che si è concluso nell’unico modo possibile: con un duello.
Un duello nel quale questa volta Clint ha deciso di presentarsi senza pistole, decidendo così definitivamente di far morire la sua immagine, la sua icona e la sua grande presenza scenica. Un duello questo nel quale non ha voluto che neppure Lee Van Cleef venisse a salvarlo.
Voto: 3/4