Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Taraji P. Henson.
Usa, 2008
Drammatico - 2h 46’
di Giovanni Pesce
David Ficher è sicuramente uno dei migliori cineasti degli ultimi 20 anni e questa sua ultima opera ne è la conferma. Tratto da un racconto di Francis Scott Fitzgerald, a sua volta ispirato da una frase di Mark Twain, questa pellicola ha come protagonista il tempo e il suo inesorabile scorrere.
Mentre stà per abbattersi l'uragano Katrina, un'anziana donna morente, ricoverata in ospedale, racconta a sua figlia la storia di Benjamin Button, il suo grande amore.
Benjamin viene abbondanato ancora in fasce da suo padre, davanti alla soglia di un ospizio, raccolto e allevato da una giovane badante di colore (la brava Taraji P. Henson). Un bambino particolare, nato con l'aspetto e la salute cagionevole di un ottantenne, un freak amato. Per lui il tempo scorre al contrario, crescendo ringiovanisce, affrontando una vita straordinaria e avventurosa.
Anno dopo anno coltiva nuove esperienze, sempre dominato dall'amore per la ballerina Daisy, un amore contrastato dal tempo che vivrà un breve attimo di felicità quando saranno coetanei e lui non sarà troppo vecchio per amare una bambina e lei troppo vecchia per amare un bambino.
Il regista di "Seven" dirige una favola dolce , romantica e commuovente, impregnata di una poesia sincera che viene affiancata, e non soverchiata, da degli splendidi effetti speciali. Se il tempo è il protagonista, l'amore è la sua spalla, un amore straziante perché impossibile e per questo ancora più forte, due individui costretti a perdersi dopo aver raggiunto la sospirata felicità e che non smettono di amarsi fino alla fine dei loro giorni.
Non mancano momenti leggeri, come nell'incontro con il capitano del rimorchiatore, ma tutto il film è accompagnato da un candore, una semplicità che non è altro che lo sguardo di Benjamin: il pubblico si riflette in lui e partecipa con stupore alle sue vicissitudini, in un personaggio che acquisisce maturità col passare del tempo, abile ma senza malizia nello sfruttare il suo handicap. La poesia si avverte fortemente in due sequenze in particolare: quando viene descritta l'appassionata e tenera storia d'amore fra Benjamin e la moglie del diplomatico (un eterea e ambigua Tilda Swinton) nell'albergo russo e nelle sequenze che narrano la storia dell'orologio della stazione, un triste attacco alla follia bellica.
Fincher ha avuto grandi mezzi a disposizione; oltre alla sua abilità di regista ha saputo sfruttare gli effetti speciali e il trucco (premiati con l'Oscar) che permettono a Pitt di recitare con l'aspetto di un anziano, e un grande gruppo di attori con in testa la radiosa Blanchett (una sensibile e fascinosa Daisy), seguito da Brad Pitt (che dimostra di non essere solo bello) e dalla rivelazione Henson (candidata all'oscar).
Un'opera che invita ad accettarsi per quello che si è, a non darsi mai per vinti perché la vita è affascinante e imprevedibile, facendoci riflettere: in fondo in ognuno di noi c'è un Benjamin Button e per sopravvivere è necessario certe volte farlo emergere.
Complimenti David.