di Lucio Laugelli
Mickey Rourke interpreta in questo film uno storico ed immaginario giocatore di wrestling (la disciplina, molto in voga negli USA, dove ci si sfida senza esclusioni di colpi, interagendo con oggetti contundenti e premeditando a tavolino l’incontro con l’avversario). Randy, questo è il nome del protagonista, se negli anni 80 era una star di fama mondiale ora è decaduto e continua a lottare a bassi livelli nonostante i medici gli dicano quanto sia pericoloso per la sua salute. Un film sulla solitudine, sul decadimento di questi fenomeni da baraccone che sono arrivati anche da anni in Italia con Smack Down, celebre programma in onda su Italia Uno. Dopo i primi venti minuti di girato lo spettatore capisce l’impostazione volutamente tamarra (dai caratteri dei titoli di testa, al commento musicale hard rock completamente fuori contesto) ed è contento quando questa struttura, senza darlo a vedere, svanisce per dare spazio a un’ora e mezza apprezzabile che, come scrivevo prima, racconta del vuoto che si è creato Randy per colpa delle sue scelte estreme legate alla professione che ha sempre svolto. Maltrattato dal capo del supermercato dove è finito a lavorare, ripudiato dalla figlia che ormai lo detesta l’uomo capisce che l’unica sua vera famiglia è quella del ring e che continuerà ad essere un personaggio da fossa dei leoni, costi quel che costi.
Aronofsky non delude e, anche questa volta, si dimostra decisamente efficace dietro la macchina da presa.