Arriva dalla Svezia la prima (lieta) sorpresa del 2009
Con Kåre Hedebrant, Lina Leandersson, Per Ragnar
di Gabriele Massaro
Preceduto dalla notorietà conquistata nel corso di vari festival (dalla vittoria del Tribeca a molti altri riconoscimenti internazionali), è finalmente approdata anche nelle nostre sale la sesta opera cinematografica – ma è la prima uscita in Italia – firmata da Tomas Alfredson.
Tratto dall'omonimo esordio letterario di John Ajvide Lindqvist (edito in Italia da Marsilio), che ne ha anche firmato la sceneggiatura, Lasciami entrare è un horror decisamente atipico, che rientra nel genere soltanto a meri fini catalogativi.
In realtà, raccontando l'amicizia e l'amore tra Oskar (Kåre Hedebrant) e Eli (Lina Leandersson), entrambi dodicenni (anche se lei lo è, per sua stessa ammissione, “da un sacco di tempo”), il film apre squarci realistici su una Svezia suburbana, che poco o nulla ha da spartire con il mito dell'efficienza nordica, decisamente più prossima alla vicina Finlandia di Kaurismaki.
Mentre il “pericolo rosso” incombe nei discorsi dei perdigiorno da bar – il film è ambientato nel 1982, quando l'Unione Sovietica era ancora potenza egemone – i due ragazzini trovano il loro comune denominatore nelle rispettive solitudini.
Mantenendosi saggiamente ad anni luce dal glamour di Twilight, cui qualcuno lo ha impropriamente accostato, l'autore racconta con estremo pudore la nascita del sentimento tra i due adolescenti, dal goffo abbraccio con cui Oskar rivela i suoi sentimenti alla sequenza finale. Un amore, se non impossibile, reso comunque molto difficile dalla natura di Eli, costretta a nutrirsi di sangue umano per sopravvivere.
Il vampirismo, tanto nel libro quanto nel film, è una condanna a(lla) vita (eterna) vissuto con rassegnato disagio dalla giovane protagonista, davvero bravissima nel rendere compiutamente l'abissale solitudine del suo personaggio. Altrettanto credibile risulta comunque l'altro giovanissimo protagonista, anch'egli esordiente, inquieto adolescente che solo davanti allo specchio di casa trova la forza di ribellarsi ai prepotenti compagni di classe che tormentano le sue giornate scolastiche.
Ed è proprio grazie i molteplici risvolti sociali (dal bullismo al disagio adolescenziale, filtrati in un contesto degradato e marginale) che il film, diretto con mano rigorosa da Alfredson, riesce brillantemente a sdoganarsi dalle canoniche recinzioni di genere, divenendo un “unicum” straordinariamente efficace.
Tutto ciò senza lesinare sulle situazioni in cui è la tensione (sia pure quasi mai esplicitata, e quindi ancor più efficace: Haneke insegna) a farla da padrona, assestando almeno due o tre sequenze destinate a rimanere impresse a lungo nella memoria degli spettatori.
Il mio consiglio è di non perderlo, prima che gli statunitensi lo rovinino con il già annunciato remake...
VOTO AL FILM: 8 / 10