Foto di scena ©Manuela Giusto

Nella gabbia delle proprie paure

All'Argot debutta 'Nessun luogo è lontano' di Rappa

Abituati come siamo a doverci per forza sorprendere o, quanto meno, a dover faticare almeno un po’ per capire ciò che accade sulla scena (come nella vita), siamo ancora in grado di apprezzare narrazioni dall’intreccio “tradizionale” (presentazione – variabili – climax – ricomposizione di equilibrio) e tanto di lieto fine?

Se il teatro – come afferma in un suo post Sergio Lo Gatto –  “non deve fermarsi alla presentazione “lacaniana” della realtà, ma occorre che si assuma la responsabilità di fenderla con un ragionamento che resti aperto agli sguardi del pubblico”; una narrazione in “piano-sequenza” di emozioni – come la rabbia e il livore che si generano per cortocircuiti d’orgoglio – può essere allora interessante quanto un’ermetica (o simbolica) rappresentazione delle medesime?

Con questi interrogativi aperti, proviamo a osservare Nessun luogo è lontano  (Argot Produzioni) scritto e diretto da Giampiero Rappa, dopo il debutto dello scorso venerdì.

Ci ritroviamo in una baita, una sorta di ritiro emotivo per l’orgoglio ferito dell’ex- scrittore di successo Mario Capaldini (Giampiero Rappa): nel suo eremo – costruito con quell’alternanza di luoghi “di qua” (caldi)/luoghi “di là” (freddi), di matrice eduardiana (scene Francesco Ghisu) – l’uomo (si) sopravvive senza più alcun rapporto umano, riscaldandosi davanti al caminetto, con l’unica compagnia di una vecchia radio a funzionare come finestra su quel mondo da cui si è congedato dopo aver rifiutato un premio letterario.

Subito interviene la prima variabile: Anna (Valentina Cenni) è una reporter di guerra che si trova a dover sostituire una collega per l’intervista esclusiva all’autore di “Intorno al vuoto” (un titolo che è tutto un programma). Tra i due le cose non sembrano funzionare: il guscio di cinismo e disillusione di Capaldini non sembra poter cedere alle sortite della donna, in apparenza per nulla intimorita dal caratteraccio dell’uomo.

Dopo aver tentato in tutti i modi di portare allo scoperto le debolezze del suo interlocutore, la giornalista va via stizzita. Interviene allora la seconda variabile: Ronny (Giuseppe Tantillo) è il nipote dello scrittore, non si vedono da molti anni (anche i rapporti famigliari sono fratturati), ma fra loro c’è ancora una certa complicità. Il ragazzo sembra essere una proiezione del giovane Capaldini: è uno scrittore con evidenti difficoltà nei rapporti umani, con problemi di gestione della rabbia e con insicurezze che sfociano in incubi ricorrenti. La sovrapposizione fra i due è ancora più evidente quando il giovane afferma di non credere più nella vita, mandando in bestia quello zio che ormai riesce a relazionarsi solo con le galline nel pollaio e che quindi, evidentemente, cela il medesimo stato d’animo.

Rappa disegna una gabbia di paure, di insicurezza che scaturiscono dalla difficoltà di gestire i rapporti con gli altri e, quindi, con sé stessi. Le musiche di Stefano Bollani pongono l’accento sulle emozioni: percussioni e intermezzi di pianoforte servono come dispositivi di  raccordo, ma sottolineano altresì la vera protagonista che si palesa in tutti i personaggi in scena – la rabbia.

La solitudine di Capaldini, i disagi del giovane nipote, il desiderio di affermazione della giornalista finiranno per intrecciarsi e poi sciogliersi in un abbraccio che riconcilierà tutti con l’unica verità possibile:  luomo è ancora – disperatamente – un animale sociale.

E allora torniamo al punto di partenza. Nessun posto è lontano riesce a innescare l’immedesimazione e il riverbero emozionale, diverso per ogni spettatore, nonostante il canonico (forse banale?) dipanarsi dell’intreccio? La scrittura lineare – a tratti brillante (che talvolta “non dice” per dire tutto), a tratti forse più debole – di Rappa riesce a piantare il seme del dubbio là dove l’orgoglio finisce per otturare le vie di fuga dal dolore?

Forse, ciò che resta è soprattutto la consapevolezza della umanissima necessità di poter credere in un possibile lieto fine.

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Teatro Argot Studio, Roma – 5 febbraio 2016