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Mexican Standoff – Mamasuya & Johannes Faber

Oggi non dovete rispettare orari, oggi si può tirare fino a tardi, oggi non c'è nessun capoufficio che vi aspetta per sbraitarvi contro tutta la sua insofferenza verso questo tipo di esistenza: no, non è domenica, ma è semplicemente il giorno giusto per ascoltare Mexican Standoff, il nuovo album, uscito per i tipi di INRI, dei Mamasuya & Johannes Faber.

Il, si sarebbe detto negli anni Settanta, “power-trio” composto da Matteo Cerboncini alla chitarra, Nicola Bruno al basso e Stefano Resca alla batteria in questa avventura “in salsa messicana” è accompagnato dall'ottone, ovvero dalla tromba di Johannes Faber, trombettista e pianista di chiara fama che ha praticamente lavorato con tutti i grandi con i quali “si deve” lavorare. Mexican Standoff è un viaggio allucinato e psichedelico verso “una certa idea” di Messico, ovvero di trombe mariachi che ti assalgono all'improvviso alle spalle, come la banda dei figli e figliastri di Juan Miranda, l'indimenticabile chicano interpretato da Rod Steiger in Giù la testa.

Ma è meglio dirlo subito: questo non è un album di ortodosso “revival” morriconiano. Questo è un lavoro realizzato da tre, anzi da quattro musicisti esperti e molto conosciuti nell'ambiente, dove alla tecnica non fa mai difetto l'anima, anzi la “pacca” della canzone tutta da suonare e tutta da vivere. La seconda traccia, Brain Rain con un intro quasi sognante, riflette bene le direttive di Mexican Standoff, ovvero di un album che va ascoltato dall'inizio alla fine, come la colonna sonora ideale per il tragitto che ci separa (o forse ci unisce) verso un luogo a noi caro.

Su tutto aleggia il Messico allucinato delle notti del Mundial '70, dell'aria sempre rarefatta che toglie ossigeno al cervello, delle tenebre “azteche” che tennero incollati davanti ai teleschermi milioni di spettatori in tutto il mondo. E tutto questo non può che tradursi nella settima traccia, forse la più significativa, El Pueblo, qui sì hommage, piuttosto scoperto, all’epopea di Morricone e Sergio Leone, ma attualizzato e reinterpretato in modo consapevole e circoscritto.

Insomma i Mamasuya appaiono veramente “western e desertici” (godetevi a tutto volume le schitarrate, “vecchio stampo” ma tremendamente efficaci, di Cerboncini in questo pezzo), mentre, per dire, i Muse di “Knights Of Cydonia! suonano quello che sono: ovvero un gruppo inglese che tenta di non suonare tale ma suona esattamente così. Lo stallo alla messicana proposto dai Mamasuya e da Johannes Faber non poteva che non finire in questo modo: una lisergica jam-session a base di rock, habaneros e tanta psichedelica. Altro che Masterchef.