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L’uomo stropicciato con la bicicletta e la ballerina di night club che lo portava per mano

Si svegliava tutte le mattine alla stessa ora. Tutte le mattine beveva veloce un bicchiere d’acqua fredda e gasata. Tutte le mattine pedalava fino al suo posto di lavoro dove trascorreva nove ore in compagnia di gente ignorante e rozza, talvolta maleducata che faceva la spia al capo e aveva un modo di fare alquanto arrogante. Durante la pausa pranzo scappava per cinquanta minuti da quel lavoro orrendo e pesante in compagnia di gente orrenda e pesante; attraversava due isolati e si tuffava nei giardini dove al chiosco ingoiava, senza gustarlo, un panino e una birraccia di quart’ordine. Dopo alcuni minuti passati a vedere bambini e ragazzi che tornavano da scuola con le cartelle e gli zaini si puliva dalle briciole e tornava a lavorare. Tutti i giorni staccava alla stessa ora. Pedalava fino a casa dopo essersi beccato un paio di “vaffanculo” dal capo reparto e si cucinava qualcosa comprato nel supermercato dietro casa. Dal lunedì al venerdì tutte le giornate trascorrevano, da anni, in questa maniera. Nove ore di lavoro. Cinquanta minuti di pausa pranzo. Levataccia mattutina. Cena con robaccia precotta e a letto verso le dieci, a volte dieci e mezza. I genitori lo avevano disconosciuto da tempo, non aveva più una famiglia, un diploma come titolo di studio e un università abbandonata troppo presto non gli avevano garantito un buon lavoro. Ormai per lo meno era fisso e con vacanze pagate, quella era stata l’unica conquista. Guadagnava poco, il giusto per pagare l’affitto del bilocale ammobiliato dove viveva, e poi tutte le altre spese di merda: dal gas alla luce, al condominio, alla tassa sui rifiuti al cellulare che era sempre più spesso senza un centesimo. Non parlava mai di ciò che lo aveva portato a smettere di studiare, a rompere così brutalmente con la famiglia. Non ne aveva voglia e non ci interessa saperlo. Era dalla parte opposta della nazione dove era nato e cresciuto e quindi il sabato e la domenica non aveva molti amici, anzi, visto che non sopportava i colleghi con cui trascorreva praticamente tutte le sue giornate, usciva per lo più con un ragazzo di un paio d’anni più piccolo: uno studente a tempo perso, lievemente disadatto, con cui andava al cinema o a bere in qualche bar e che abitava all’ultimo piano del suo palazzo. Ogni tanto venivano a trovarlo dal Nord un paio di vecchi amici, stavano una notte da lui, dormivano nel salotto che aveva il divano letto, la domenica guardavano una partita di calcio insieme o facevano un giro per il centro e poi ripartivano. Pensavano di non dimenticarsi di lui, era già fin troppo prendere un treno una volta ogni due mesi e andare a trovare il loro amico fallito, dimenticato, operaio e rinnegato persino dai genitori. “Eh pensare che eri pieno di idee, avevi una testa fantastica, se solo non…” ma lui non ne aveva voglia di sentir parlare di rimorsi e rimpianti e finiva sempre per litigare con i suoi vecchi concittadini quando si iniziava a parlare dei “se solo non” …

Quando il suo vicino non aveva voglia di uscire in quanto, come già detto, piuttosto disadatto, e quando non riceveva la visita di cortesia dei suoi vecchi amici usciva da solo: senza quella merda di bici con cui si intossicava i polmoni su e giù per la tangenziale ogni mattina e ogni sera. Stava alla larga dai giardinetti dove pranzava solitamente e non chiamava mai quelle teste di cazzo di colleghi che lo avrebbero preso per il culo tutta la sera in un locale puzzolente delle periferie da cui provenivano. Insomma era solo. Semplicemente s-o-l-o. E non gli dava noia la cosa, per nulla. Anzi ripensava a tutti quegli anni passati alle medie, e poi al liceo e infine all’università a doversi destreggiare tra uscite pomeridiane, serali, notturne; ripensava a flirt imbarazzanti, a ragazze con cui aveva litigato per pomeriggi interi e telefonate notturne interminabili che poi lo facevano litigare e urlare anche con quella troia della madre, o con quel testa di cazzo autoritario del padre: “stai troppo al telefono con le tue troie, la bolletta intanto la paghiamo noi”. Ripensava alle telefonate di circostanza che doveva fare una volta al mese ai nonni, agli zii: “Grazie del regalo, auguri, a presto”. Ripensava alle ansie da prestazione, ai battibecchi vacui con gli amici. Ripensava a tutti i professori e professoresse che lo avevano interrogato in quindici anni di scuola. Frullava tutto insieme ed era contento, nonostante la ripetitività dei suoi giorni, dell’isolamento che si era creato. Era diventato, proprio come il ragazzo del suo palazzo, un fantastico disadatto. A lavoro diceva quattro parole in croce, pranzava e cenava da solo. Riceveva la visita di sole due persone ogni sessantina di giorni. Non aveva nessuno che lo cercava e non doveva cercare nessuno. Niente telefonate del cazzo, niente messaggini ansiogeni. Il vuoto. Il suo compagno di sbronze era un taciturno che quando andavano a vedere un film o si addormentava o aveva una visione alteratissima del film per i duecento cannoni che si era sparato prima delle proiezioni. Fantastico: niente commentino “su com’era e come non era il film”, un ritorno a casa barcollante e una bella dormita. La domenica non si svegliava più…mangiava verso le tre le quattro e ed era fiero del vuoto domenicale che costruiva settimana dopo settimana. Guardava un telegiornale, verso sera, giusto per i risultati delle partite e per sapere quale nuova guerra stava incendiandosi e dove. Poi la domenica sera, visto che pranzava tardi non aveva mai fame e indi scendeva ad un chiosco e sbranava un gelataccio confezionato che era la sua cena abituale domenicale. Faceva un po’ di zapping e si addormentava verso una nuova settimana. Via si resettava tutto e si ricominciava da capo. Un’altra settimana identica e un’altra ancora. Niente gossip, pettegolezzi del cazzo. Niente ragazze paranoiche o impiccione. Niente giustificazioni e scadenze. Un giorno dopo l’altro la vita se ne va. Non ci sarebbe niente d’altro da raccontare in questa storia tutta uguale e piuttosto squallida. Non ci sarebbe nulla oltre alla malinconia miscelata alla noia di questi mesi siamesi. Ma accadde qualcosa ovviamente. Se no non vi racconterei proprio niente.

Uno schifosissimo martedì sera, freddo e nebbioso, mentre tornava a casa vicino ad una panchina c’era una ragazza sdraiata per terra, sembrava priva di sensi: non era la prima scena analoga che gli si schiantava di fronte ai bulbi oculari, pensò di fottersene e pedalare più veloce lasciandosi l’ubriaca o tossica di turno al suo coma etilico o alla sua overdose; poi la vide in faccia…l’aveva letto su un libro solo qualche sera prima: Dio o qualcun altro continua a creare le donne e a mandarle in giro, e una ha il culo troppo grosso, l’altra le tette troppo piccole, una è pazza l’altra è suonata, una ha la mania della religione e l’altra legge le foglie del tè, una non riesce a controllare la sua voglia di cazzo, l’altra ha il naso grosso, e l’altra ancora ha le gambe secche. Ma ogni tanto arriva una donna, in pieno rigoglio, una donna che scoppia nel vestito…una creatura tutta sesso, una maledizione, la fine di tutto. Ed era sul serio la fine. Contateci.

La raccolse dal ciglio della strada e la svegliò scuotendole la testa. La troia doveva aver bevuto troppo perché puzzava in una maniera vomitevole e aveva un alito inavvicinabile. Si svegliò e ringraziò l’angelo con la barba che si era accorto di lei. Mentre legava la bici ad un palo di sosta vietata la tizia iniziò a balbettare qualcosa con la bocca impastata. Procedevano piano piano verso casa del salvatore solo e barbuto. In casa dopo un paio d’ore la ragazza, veramente stupenda, semplicemente perfetta, almeno esteticamente, iniziò a parlare della sua storia, ma a lui non gliene importava un cazzo della rava e della fava della tizia. Voleva soltanto farsi quella scopata che mancava da troppo tempo. La tizia era ancora tutta rimbambita e parlava di quel figlio di puttana che l’aveva ridotta in quello stato e lui pensava che per una volta le parti si erano invertite e non era il “figlio di puttana che l’aveva ridotta così” bensì quello che viene dopo nelle vicende di cuore di giovani fanciulle. E quello che viene dopo è sempre il più sfigato, e per troppo tempo deve vivere all’ombra dello stronzo con cui stava prima la ragazza “che si era un bastardo, ma ci sapeva fare”. Ecco per la prima volta vestiva i panni del soccorritore, del secondo: basta ora era nel secondo capitolo e non nel primo, ma certo doveva disintegrare ogni sorta di gelosia retroattiva sennò era sul serio una catastrofe. Ma erano illusioni campate per aria. La bellissima alcolista si fece sbattere per una mezzora, poi mentre, per la prima volta dopo tanto tempo, lui si addormentò al fianco di una donna lei si svegliò e come una gatta sinuosa e puttana svicolò via dall’appartamento che l’aveva salvata poco prima da un congelamento per strada. Che stronza che era pensava fra sé e sé: l’aveva data ad uno sconosciuto perché l’aveva accudita in un momento no, e il bello è che pensava, come succede sempre, a quel bastardo con cui aveva litigato ore prima e non allo sfigato con i capelli radi e la barba che era entrato e uscito in poche ore dalla sua vita. Non ha il mio numero, non sa niente di me, ero talmente ubriaca che non gli ho manco detto il mio nome e lui era uno stronzo perché l’ha fatto con me senza neanche preoccuparsi di chiedermelo. Si stava mettendo la coscienza schifosa a posto: un approfittatore, fossi stata un cesso manco mi avrebbe raccolta. Ed era vero.

I due non si rividero più. Il giorno dopo lui non andò a lavoro, manco chiamò per avvisare, si prese una sbronza e vomitò tutto il pomeriggio, cercava di trarre il lato positivo della vicenda: si era fatto una sveltina gratis con una sconosciuta che non avrebbe mai più rivisto e quindi non gli apportava cambiamenti nelle sue vuotissime giornate. Nessun legame. Sembrava proprio un episodio perfetto, costruito apposta per lui.

Un mese dopo, come tutti gli anni, arrivò al lavoro il medico del cazzo che doveva controllare che tutti i valorosi e aitanti operai fossero in salute e pronti per continuare con più profitto il lavoro da macchine che facevano da anni. Il loro caporeparto diceva sempre che dovevano essere contenti perché ricevevano una visita completa gratuita e che invece di lagnarsi dovevano ringraziare il presidente che teneva alla salute dei suoi operai. Cazzate, il gran capo era un pazzo igienista e purista di merda, voleva soltanto assicurarsi che non ci fossero drogati e alcolisti che lavorassero nei suoi reparti per evitare incidenti e casini di alcun genere: un maniaco opportunista, piuttosto stupido infatti, ogni dicembre prima delle vacanze di Natale c’era la visita e gli operai ormai lo ricordavano a memoria così riducevano il tasso alcolico bevendo meno, i più giovani facevano un periodo d’astinenza da canne e cazzate simili e ogni volta tutte e cento le macchine-uomo risultavano pulite e perfettine. Tutti si cagavano sotto all’idea di avere casini dal capo e di aver ammonizioni o periodi di sospensione e rifiutavano o diminuivano i loro vizi prima di quella merda di visita. Ma il nostro amico, tre giorni dopo il controllo annuale del medico, venne chiamato dal caporeparto che con una faccia da funerale lo indirizzò verso l’ufficio del gran capo. Cazzo, gli si gelò il sangue…pensò subito che era stato un idiota il sabato precedente a fare un paio di tiri di marocchino con il suo vicino. Continuava a martellarsi il cervello: se gli sospendevano o riducevano la paga in seguito ad una ammonizione a chi avrebbe chiesto i soldi per l’affitto e palle analoghe? Continuava a darsi dello scemo ma in verità non era stato chiamato nell’ufficio più importante per ammonizioni o cazziatoni del genere: il medico era seduto alla scrivania del gran capo che invece stava in piedi tutto apprensivo e paterno e che lo fece addirittura sedersi su una grossa poltrona. Un quarto d’ora di paroloni buonisti per dirgli che era fottuto: era sieropositivo, era nel tunnel senza uscita, era infetto, era finito. E i discorsi che seguirono i suoi timpani non riuscirono proprio a filtrarli, gli venne la febbre a quaranta, gli si spaccò il cuore, respirava a fatica, non aveva più saliva e non riusciva a pensare a nulla.

Era stata quella puttana alcolista che lo aveva infettato. Era stato l’unico rapporto non protetto degli ultimi sei mesi. Non poteva fare molta confusione e la cosa che più lo imbestialiva e che non sapeva minimamente come fare per rintracciare il verme malato che aveva raccolto per la strada un giorno qualunque del mese scorso. Isolato da lei, totalmente. Non aveva voglia di dirlo a nessuno neanche ai suoi amici che vivevano distanti da lui e che avrebbero riciclato il discorso buonista e inutile del suo capo e del medico che lo aveva visitato. Non disse niente al disadatto che scalpitava strafatto di hashish all’ultimo piano della palazzina. Non cercò rifugiò in nulla, aveva distrutto tutto ed era patetico cercare conforto in familiari ormai inesistenti in un momento così cruciale. Decise di chiudere il cerchio rapidamente: non gli interessava essere vigliacco. Fece un bancomat spaziale che mai si era potuto permettere e svuotò interi scompartimenti del supermercato pidocchioso dove andava sempre. Alla cassa tutti lo guardavano storto come a chiedersi: “Come fa questo straccione a pagare tutta questa roba?”. Lui pagò invece tutto, fino all’ultimo centesimo. Si ingolfò fino a scoppiare delle migliori marche di birre, di whisky e di schoth…mangiò un quarto del tantissimo cibo che aveva stipato nel carrello. Completamente ubriaco non gli pesava manco più tanto il fatto di essere un malato di aids, un siero positivo fresco fresco per di più, appena diagnosticato, un novellino dell’aids insomma! Barcollò fino all’ultimo piano e lasciò in uno scatolone tutti i suoi cd e dvd e parte dei suoi libri sperando che tra una sbronza e l’altra, tra un cannone e l’altro, l’unico che gli aveva tenuto compagnia ultimamente si istruisse un po’ con quei libri, con quei film, con quegli album. I libri che rimasero sugli scaffali servirono ad accendere sul pavimento della cucina un fuocherello che gli scaldò l’anima. Pagine e pagine di stronzate che si era sorbito in quegli ultimi anni e che non gli erano servite a nulla se non a scaldarlo ora. Quando il fuoco finì il pavimento era tutto nero. Si infilò giubbotto e sciarpa, lasciò due righe per la padrona di casa scusandosi per aver fatto morire i fiori tempo prima e dicendo che i vestiti belli che aveva e che ormai non metteva più da parecchio tempo li avrebbe potuti dare al suo adorato nipotino che nonostante avesse scassato le palle con uno scooter truccato ogni sabato notte era pur sempre un ragazzo simpatico e allegro. Il cibo avanzato finì nel cassonetto del cortile, poi andò con la sua bici cigolante nella panchina vicino alla strada dove aveva incontrato l’esattrice della sua vita; scese sotto il ponte del fiume malato e inquinato che tagliava a metà la città dove viveva. Si spogliò e si sdraiò in uno schifosissimo bagna asciuga dove l’acqua arrivava, ogni manciata di secondi, a gelargli il braccio e la pancia…era completamente stordito e bevuto, si guardava intorno: per terra qualche siringa, una scatola di preservativi vuota, dei mozziconi di sigarette e poi…poi c’era un graffito enorme e con colori sgargianti che occupava tutto il pilastro che reggeva il ponte sotto il quale si era sdraiato. Una ragazza bellissima vestita da ballerina di night-club stava mano nella mano con un giovane abbacchiato e stropicciato che aveva una barba incolta, dei capelli radi e una bici che portava avanti a mano con fatica…la creatura stupenda conduceva l’uomo verso un prato bellissimo che era lo sfondo di tutto il graffito, un verde immenso e bellissimo che sembrava non finisse mai.

Chiuse gli occhi sicuro e pronto ad attraversare quel prato. L’acqua che lo bagnava ad intermittenza non sembrava più quella gelida del fiumaccio, sembrava una mano fredda che lo portava avanti. Verso il prato.
Ma questa è un’altra storia.