Foto di scena ©Emanuela Bongiovanni

Il Gabbiano – Fabiana Iacozzilli | Lafabbrica

Ho sempre preteso che gli oggetti si compongano da soli, per sé stessi. La mia composizione consiste nel lasciarli comporsi…

<palign=”justify”>Sono le parole di Arman, artista nizzardo forse poco conosciuto ma grande animatore dell’arte concettuale nonché fondatore del Noveau Realisme (guarda qui). Senza allontanarci troppo dalla frase appena citata e dal Gabbiano čechoviano in scena al Vascello a essa affine, vale la pena tornare un attimo indietro nel tempo, non tanto però nella Russia di fine Ottocento, no, piuttosto nel 1960, a Parigi, quando in seguito alla rivoluzionaria “esposizione del vuoto” di Yves Klein (video del ’58), Arman riempì la galleria Iris Klert di talmente tanti oggetti che divenne impossibile anche solo entrarvi (foto). Ecco, partiamo da questa immagine: il vuoto e il pieno, due forme complementari di concepire lo spazio.

Salendo le scale della Sala Nanni, senza neanche farci troppo caso, qualcosa subito ci respinge e ci attrae verso il fondo. Spogliate delle quinte, le pareti nude incorniciano un’assenza, è un rosso pallido di mattoni che scrosta l’artificio teatrale e ci schiaccia contro un muro: davanti ai nostri occhi infatti si staglia un’enorme catasta di oggetti, mobili ammassati e vecchie cianfrusaglie (scene Matteo Zenardi). Sembra quasi di essere in una soffitta abbandonata che, d’improvviso, si spalanca sulla platea e lascia risuonare tutto il silenzio drammatico di quei vuoti dialoghi famigliari che la infestano.

Ecco allora che prendono voce le crisi di nervi del giovane Konstantin Gavrilovič (il danese Benjamin Stender), le risate istrioniche di sua madre l’attrice Arkadina (Francesca Farcomeni), i dubbi esistenziali del celebre scrittore Trigorin (uno splendido Paolo Zuccari), gli entusiasmi fanciulleschi della volubile Nina (Anna Mallamaci), il lutto per la vita dell’infelice Maša (Elisa Bongiovanni) o l’ironia compassata del medico Dorn (Luigi Di Pietro): sono anime irrequiete che si agitano nelle propria esistenza come animali in gabbia, aggiogati fatalmente alla propria frustrazione.

Il teatro di Čechov non si fonda su gesti plateali, dialoghi incalzanti o sfoggi di retorica, la sua potenza espressiva emerge, piuttosto, per sottrazione, da quella sovrabbondanza di molle mediocrità che nel suo continuo apparire mostra in controluce tutto il vuoto che le soggiace. E così, allo stesso modo, sulla scena del Vascello le parole dei protagonisti finiscono per impigliarsi in quel muro alle loro spalle, dove al di fuori dell’azione principale vediamo gli altri personaggi che nella penombra del silenzio amplificano tutto il proprio impronunciabile dolore.

Fabiana Iacozzilli si confronta con uno dei più noti testi teatrali di sempre, ma decide di farlo a suo modo, senza rinunciare alla macchina concettuale e invisibile del metateatro: una metateatralità, tuttavia, che abbandona le vertigini dell’assurdo e scava nello psicologico, scolpendo un’atmosfera finemente umorale dove si addensano desideri e frustrazioni. La grande parete, dunque, diventa spaccato di vita e fabbrica teatrale disertata, luogo-non-luogo dove si affastellano le vane speranze dei primi tre atti: tre tempi d’illusione che si riveleranno, poi, tragico preludio al suicidio di Kostja, con il grande muro che lascerà il posto al nero delle quinte, e il vuoto che tutto a un tratto si farà luttuosamente esplicito (un’inversione tuttavia che seppur concettualmente brillante non sembra altrettanto efficace da un punto di vista scenico, faticando a mantenere nell’ultima mezzora l’intensa tensione emotiva creata precedentemente).

Nonostante qualche piccolo nodo irrisolto, la compagnia Lafabbrica compie un’ulteriore evoluzione riuscendo nella non semplice impresa di rivisitare con originalità – di forma – e fedeltà – di contenuti – un pilastro del teatro moderno. Teatro nel teatro, vita immaginata nella vita mai vissuta, vuoto incomunicabile nel dramma del pieno, inseguendo insomma un impossibile intreccio, che – proprio come suggeriva Arman – soltanto nello spazio di un dialogo interiore, forse, potrà finalmente ricomporsi.

Ascolto consigliato

Teatro Vascello, Roma – 14 gennaio 2015

In apertura: Foto ©Emanuela Bongiovanni