Foto di scena ©Manuela Giusto

La satira mancata di CK Teatro

Debutta all'Orologio Hitchcock. A Love Story

“Per capire chi vi comanda, basta scoprire chi non vi è permesso criticare”, scriveva uno dei più strenui difensori del libero pensiero. E per questa nuova produzione, CK Teatro sembra proprio non aver lasciato cadere nel vuoto la massima di Voltaire. Dopo le forti critiche al precedente Tutti i padri vogliono far morire i loro figli della scorsa stagione e i mordaci videoclip di risposta, a Fabio Morgan e Leonardo Ferrari Carissimi deve essere rimasto qualche sassolino nella scarpa – e certo non li si può biasimare. Ma una cosa alla volta.

Nella piccola sala Gassman dell’Orologio va in scena Hitchcock. A Love Story. Come suggerisce il titolo si tratta di un’effimera storia d’amore tra due giovani attori di oggi che si conoscono durante i provini per uno spettacolo teatrale ispirato al cinema del regista britannico. O meglio, questa è la prima cornice. Al suo interno troviamo poi la parodia di questa stessa storia, con gli stessi due personaggi (gli attori) che si fanno “attori” di un gustosissimo gioco al massacro, sarcastico e autorinoico (secondo l’oggetto bersagliato), dell’alquanto disastrato mondo teatrale italiano, specificamente romano. A mettere in comunicazione diretta i due piani, il continuo rimando alla filmografia del Master of suspense che attraverso citazioni esplicite o riferimenti allusivi funge da sguardo ironico e a volte psicologico sull’intero spettacolo.

Perché è utile distinguere i due piani? Perché sulla scena si confonderanno continuamente; non sempre in maniera chiara. Dunque, da un lato possiamo notare come la sovrapposizione dei piani giochi da metafora del fare teatro, vale a dire di quell’arte in cui si fa finta di esser qualcosa che non si è, affermando al contempo la verità di ciò che si fa (“Ridendo e scherzando Pulcinella diceva la verità”). Inevitabilmente, pertanto, i personaggi non potranno che essere attori, i quali a loro volta sono parodia-citazione hitchcockiana, cioè amplificazione farsesco-patologica di stati d’animo, dunque termometro drammatico e metateatrale di quello che è il teatro (e tutto ciò che vi gira attorno), in un costante rinvio insomma a ciò che si dovrebbe essere e non si sarà mai. Dall’altro lato, tuttavia, a unire il piano della storia con quello della denuncia interviene una sorta di strattone drammaturgico: spesso, infatti, si ha come l’impressione che un’urgenza “ideologica” spinga in maniera troppo brusca lo spettacolo dalla farsa al dramma e viceversa, innescando non pochi cortocircuiti a livello registico e attoriale.

Come dire, di tanto in tanto questa voluta schizofrenia sembra sfuggir via di mano. Probabilmente, l’aspetto più riuscito e accattivante dello spettacolo è proprio il pastiche parodico: qui Morgan dà prova della sua sfacciata ironia, rispondendo spassosamente alle critiche di Andrea Porcheddu (critico di teatro, qui parodiato come Tommaso Lo Porcu, in felice compagnia con Cordelli del Corriere di e Lo Gatto di TeatroeCritica, ribatezzati Fringuell e Gattari – senza neanche la nobilitazione di una “u”!), in un esilarante attacco al disfattismo e alla vanità di certa critica autocompiaciuta. Ma i colpi non mancano neanche ai teatranti pseudoimpegnati, alle starlette svendute all’ingrosso alla fiction, né all’idolatria cieca per Carmelo Bene o all’opprimente retaggio culturale di marca sinistroide, neppure tantomeno – con pregevole autorinoia – alla stessa compagnia CK Teatro.

Se questo ritratto satirico, dunque, appare particolarmente ficcante, la cornice principale, invece, fatica a sostenere da sola il quadro di insieme. Così, poco a poco, più la vis polemica si assottiglia più lo spettacolo perde di mordente, ricadendo in quelle stesse défaillance che – pur con toni discutibili – aveva evidenziato Porcheddu e più pacatamente Lo Gatto (certe “tirate” teatrali non sembrano proprio rientrare nello schema parodia autoironica).
È evidente la dichiarata ironia del cliché, ma sulla scena questa ironia appare alquanto macchinosa; di fatto, ciò di cui si sente davvero la mancanza è proprio quell’irriverente leggerezza tipica di Hitchcock.

Forse non c’è stata la volontà di azzardare troppo, forse il coraggio, chissà, ma per un attimo CK Teatro sembrava volesse lanciarci in uno spettacolo finalmente satirico, impertinente e raffinatamente ironico sul mondo stesso del teatro. Peccato, perché stavolta quasi ci avevano fatto sperare in un po’ di sana e necessaria anarchia. Cosa rara di questi tempi.

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 16 ottobre 2015