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Guida perversa all’ideologia – Sophie Fiennes, Slavoj Žižek

Già che dal titolo un filosofo si definisca un perverso, è di per sé intrigante. Martedì 21 gennaio al cinema Colosseo di Milano ha avuto luogo la presentazione del documentario Guida perversa all’ideologia, prosieguo ideale della Guida perversa al cinema, sempre realizzata da Sophie Fiennes e dal provocatorio filosofo psicanalista sloveno Slavoj Žižek. L’evento è stato arricchito della presenza di Tatti Sanguineti, storico e critico cinematografico, sullo schermo alle prese con l’arduo compito di doppiare Žižek.

Il film appare come una sorta di docu-fiction e sembrerebbe la messinscena ideale degli scritti del filosofo: in particolare, questi appare nelle location dei film che di volta in volta intende trattare e, alternando la sua presenza con le sequenze vere, compie i suoi rocamboleschi monologhi. Tema dominante è l’ideologia presente nella società democratica capitalista (che tanto democratica non sarebbe) e come essa traspaia da molti film di successo e non. Considerati più degli altri sono i film americani, che da Essi vivono a Titanic, a Sentieri selvaggi, a Operazione diabolica (geniale thriller di John Frankenheimer del 1966), fanno capire qualcosa dell’egemonia statunitense.

Giustamente definito da Sanguineti come “pirata” e “istrionico”, Slavoj Žižek salta di palo in frasca tra economia, capitalismo, razzismo, amore, sociologia e psicanalisi, ma tutte le sue apparenti divagazioni trovano incredibilmente il loro minimo comune denominatore: la società in cui viviamo ci guida silenziosamente lungo il corso della nostra vita e dolcemente ci impone quelli che sono i suoi gusti, costumi e sogni; ciò al punto da non essere più in grado di affermare se sogni e ambizioni sono davvero nostri o se ci sono stati instillati da qualcuno o qualcosa. Ma non è la cosa più inquietante: Žižek ci dimostra (e qui entrano in scena Carpenter e Frankenheimer) che, se mai avessimo l’opportunità di cambiare questo status di “surrogato” di noi stessi, probabilmente non lo vorremmo fare oppure sentiremmo la mancanza di ciò che siamo. Sentiremmo il bisogno di ritrovare tutte quelle piccole cose che ci fanno sentire al sicuro e che ci tengono per mano lungo il cammino della nostra vita: è il Grande Altro, concetto molto caro a Žižek, di memoria lacaniana.

Concettualmente penetrante e inebriante, la presenza scenica dello psicanalista è anche fisicamente debordante. Non a caso Tatti Sanguineti lo chiama “la star”: basti pensare a come il suo gesticolare catturi l’attenzione (secondo il critico ligure, “taglia le mosche”). Inoltre, il modo in cui irrompe nei set cinematografici è ironico, poiché i suoi abiti di scena e le inquadrature sono in linea col film che sta trattando. Grazie a quest’ironia, Žižek ci insegna, ci manipola e ci prende in giro, ma ci offre uno spunto per rimanere distaccati da un mondo crudele e, perché no, una chiave di lettura per capire l’eterno Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.