Ascolto consigliato

Teatro Rasi, Ravena – 8 e 9 aprile 2017

«Si poteva ridere perfino ad Auschwitz» I dialoghi 'imperdonabili' di Ermanna Montanari a EnterCos'è la colpa? La tradizione giudaico-cristiana insegna che ci nasciamo—con una colpa. Ma è solo un ricatto morale o c'è qualcosa di più, qualcosa di altro?

Abituati come ci siamo a tenere alta la bandiera della libertà, stiamo finendo per dimenticare che monoteismo e democrazia in realtà condividono la stessa storia, lo stesso «vizio oscuro» – come lo chiama Massimo Fini –, lo stesso assolutismo ideologico, cioè, per cui in barba a ogni relativismo culturale abbiamo la pretesa liberal-democratica di essere nel «giusto», anzi, nel «più giusto». Con una  differenza fondamentale però: che se un tempo Dio o gli dèi ridimensionavano l’uomo nel mondo; oggi, in tempi di consenso e liberismo, l’individuo, cioè il consumatore, ha sempre ragione—ridimensionata è la sua hybris ma a desiderio d’acquisto.

Quasi quasi, allora, il dubbio viene: che quella colpa servisse?

Laicamente parlando, in fondo, la colpa sancisce nient’altro che un limite: che può schiacciare, certo, ma col quale è possibile confrontarsi, scontrarsi, se non addirittura superarsi. Subentrato invece il miraggio suadente della libertà (che è altra cosa dall’emancipazione), le famose domande «chi sono, cosa ci faccio qui, cosa posso, cosa devo, ecc.» si stanno assottigliando. Impera la retorica del diritto inalienabile. Come se pulsioni e scelte fossero possibilità concesse e non connaturate. Morto Dio nella coscienza degli uomini, come scriveva Nietzsche, l’individuo si è smarrito. La letteratura di Kafka ne è la più grande testimonianza.


Franz Kafka Quaderni in Ottavo (1914-17)

La grande ratio, lo vediamo, non sta funzionando. Mancano i contrappesi. E i risvolti socio-culturali sono palesi. I vari fondamentalismi, ad esempio,  raccolgono sempre più proseliti o pratiche encomiabili come ecologismo, veganesimo o populismo si radicalizzano assumendo forme decisamente discutibili. In un verso o nell’altro eccola rispuntare fuori. Sempre lei. La colpa. La scienza può evolvere quanto vuole, ma l’uomo sempre uomo rimane e in quanto tale avrà sempre bisogno di “espiare” qualcosa—perché espiare (o credere di farlo) lo farà sentire migliore. Ma allora che fare?

È all’interno di questo scenario che va còlta, a nostro avviso, la nascita di Enter:  «chiamata agli artisti in forma di festival» ideata e diretta da Ermanna Montanari, rassegna che ha attraversato Ravenna all’inizio di aprile (clicca qui per consultare il programma). La storica attrice del Teatro delle Albe, rifacendosi alla poetessa Cristina Campo (della quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte), ha voluto chiamare in causa i cosiddetti «Imperdonabili».

È una categoria che suona insolita di questi tempi, l’imperdonabilità, così vicina alla sfera della morale, «morale» che suscettibili come siamo non vogliamo trattare, limitandoci tutto al più a parlare di etica e relegando il tutto alla razionalissima (o apparentemente tale) giustizia: il perdono si è fatto indulto, prescrizione, proscioglimento, condono…; la colpa colpevolezza. Dalle Tavole della Legge siamo passati ai Codici di Legge. Il passo non sembra notevole. Anzi. Coscienza sociale da Ponzio Pilato.

Cosa vuol dire allora, oggi, essere imperdonabili?

Montanari sembrerebbe suggerire la via degli artisti. Ovvero di coloro che non possono fare a meno di dare espressione al proprio interrogarsi: oscuri, travisabili, perturbanti magari, ma sinceramente irrisolti. «Imperdonabili» perché, senza chiedere né approvazione né sostegno, tendono all’impronunciabile, all’irrealizzabile, all’invisibile: non per questione di originalità, creatività o cosiddetta artisticità, ma proprio perché non ne possono fare a meno. Vivono la colpa. Peccano. Cioè – questa la vera traduzione biblica – si smarriscono. E per naturale propensione. La loro è un’attitudine esistenziale. E per questo sono imperdonabili.



Lo dimostrano in chiusura di festival le parole “mancate” della pittrice Margherita Manzelli, del cantore Giovanni Lindo Ferretti, dello scrittore Aldo Zargani, o dei ragazzi dell’Accademia dell’Errore. L’imperdonabilità al Rasi prende così la forma di dialoghi (a cura di Marco Belpoliti e della redazione della rivista online DoppioZero) con artisti «irregolari»; giacché, data l’irreggimentazione generale del «settore arte», le voci sincere non possono che giungere da creature liminari.

Bisogna «essere affacciati a frontiere di cui non si conosce l’al di là», suggerisce Zargani. In tutti i dialoghi ricorre infatti un elemento di insondabilità, un sostrato di turbolenza e requie al contempo, un limite per l’appunto che l’artista non contesta né razionalizza ma al quale tende spontaneamente: «Quando dipingo non penso a niente, non penso nemmeno all’arte» confessa Manzelli. «Cerco di disidentificarmi da ciò che sono, da ciò che faccio.» E qui scorgiamo un punto di fondamentale importanza: l’allentamento del controllo. Che non è fuga dalla realtà né passività inconfessata, ma assomiglia piuttosto a un’immersione nel fluire: nel fluire delle cose e della loro – e della nostra – continua mutevolezza.

Sono tutte piccole testimonianze di controtendenze non programmatiche. Là dove la modernità tende al dinamismo, alla velocità, alla produttività, dai dialoghi con questi «irregolari» emerge invece una distensione, un respiro altro che allontana l’affanno del risultato. «Nei miei giorni non succede niente a parte l’esistere», afferma Ferretti; è uno scardinamento – fragile ma deciso – da una vita rósa dal tarlo ossessivo del fare.




In questo senso anche una frase apparentemente straniante come «Si poteva ridere perfino ad Auschwitz» – sempre Zargani –, in cui di provocatorio non c’è assolutamente nulla, viene a ribadire il primato della vita sulla tragedia, dell’uomo sul mito.

In un presente così segnato dalla propria autocelebrazione, perciò così fragile (perché non centrato – e non a caso il modello dominante è giunto dagli storicamente adolescenziali Stati Uniti), a Ravenna si dilata il tempo e si riparte dall’inutilità. Quale la vita è: inutile. Per questo inestimabile.

E l’imperdonabile in fondo questo fa, questo può: ricordarci – e ricordandocelo riattivare – la nostra naturale umanità. Perché con o senza colpe, con o senza diritti, di questo abbiamo davvero bisogno: di de-idealizzarci, di riscoprirci uomini, di smetterla di puntare al superamento di noi stessi (attraverso il denaro, la celebrità, il potere) e ricominciare a chiederci chi siamo, senza mai avere la presunzione di trovare una risposta.

(In apertura: ©Margherita Manzelli Oval, 2012)

Letture consigliate:
• Dewey Dell e la Caverna Chauvet, a cura di Teodora Castellucci e Cristina Ventrucci (DoppioZero)


Giulio Sonno