Helplessness Blues - Fleet Foxes
Delle Volpi di Seattle e dell’uva matura
Mi sembra di vivere un déjà vu. Proprio come nel 2008. Ascoltavo il loro esordio omonimo almeno una volta al giorno. Non mi stancava mai. “Ciao, mi chiamo Ilenia e sì, c’ho un enorme problema.” Ammetto e nemmeno molto sconcertata che lo facevo già allora, ero totally addict. Cercavo di ripulirmi, darci un taglio secco, cominciare almeno con qualche giorno di pausa perché magari sarei finita male, per non divenir assuefatta e farmelo andare a malo.
Ma quei 40 minuti erano magnetici: lo amavo per le suggestioni quasi religiose degli amalgami corali e per la capacità di popolare i suoni di innumerevoli figurine, proprio come il quadro di Pieter Bruegel il Vecchio riprodotto in copertina lasciava immaginare, dopotutto. Sì, troppo sublime per staccarsene da soli. Ci rimasi dentro fino al collo, ma quanto mi crogiolai. Ci si ritrovava catapultati in un mondo incantato ed onirico, quasi magico da quanto distante fosse dall’oggigiorno caotico e urbanizzato. Si rifaceva un sacco alla West Coast dei ‘60s ma ancor di più a melodie ancestrali, quasi medioevali ma deliziosamente britanniche.
E questa volta ho bissato. E’ partita l’ennesima megafissa. Un rovello che non sfavello. Se mi vedeste ora son tutta sospiri e lunghi silenzi. Incertezze e molti "non so". Non vi parlerò da chi son etichettati (gente la SubPop), quanto lavoro ci sia stato dietro questa seconda opera (album che vede la luce dopo due lunghi anni di gestazione, influenzato dall’incisione dell’album stesso, capite che sto dicendo? problemi di cuore, un amore finito, dolore così palpabile da breathtakin’, dubbi, ripensamenti, ripartenze e crisi e taak prodotto). Questa volta faccio fatica con tutto ciò, un po’ il contrario di quello che accade solitamente alla critica. L’animo mio è un gran guazzabuglio, malinconie esistenziali a raffica. O forse troppo sensibile in questo periodo. "Non so". Ve lo dico, questa mia recensione assomiglierà molto ad una confessione. O ad una seduta psicanalitica. "Non so".
Irsuti, bucolici d’altri tempi, vestiti come se fosse sempre inverno. Erano cinque da Seattle (proprio quella città esatto, fucina di band dal retroterra folk, con canzoni stracolme di armonie vocali e cose così), poi s’è aggiunto un sesto, polistrumentista, Morgan Henderson, tanto bravo quanto caruccio lui ed hanno scolpito la loro seconda creatura Helplessness Blues come veri artigiani certosini.
Hanno cambiato ben poco, vi dico, coltivano questa loro innata predisposizione per le melodie ariose e indorate, impanate, lavorano di lima sugli arrangiamenti (ed ecco delicati tocchi di harmonium, viola, violino, flauto per dirvene alcuni...) Beh... con in mente il folk-rock psichedelico e quel pop lisergico caratteristico del periodo freak dei ’60-’70 i Fleet Foxes ci hanno consegnato una collezione di canzoni di una bellezza sopraffina e connotate da una classicità quasi atemporale pure questa volta. Io, "non so", ma ogni volta sebbene oramai la miliardesima, ci faccio occhi lucidi e la pelle a polla spennata. Brrr...
Comunque sia, dicevo... Ah sì... Le influenze che lo stesso Robin Pecknold (chi-ii?? avanti, cantante e songwriter della formazione) ha dichiarato, si rincorrono e s’intrecciano per cause soprannaturali in questi brani, risultando ben visibili, ma, paradosso, allo stesso tempo formano una fantastica camicia a scacchi mescolandosi tra loro in uno stile che, se non si può dire originale è senz’altro personalissimo. Più diretto nelle parole e nelle melodie, intenso e sicuramente ambizioso ‘sto ragazzetto.
Loro tutti son abili come non mai nel tessere arazzi acustici tanto avvincenti nella loro eleganza quanto ricchi di sfumature elettriche e scarti avventurosi. Beccatevi ad esempio le due suite contenute al suo interno: The Plains/Bitter Dancer s’apre con un sospeso e cinematico intro di voci corali che come dal fondo d’una chiesa s’acciabattano, poi corde e percussioni, diventando un brano che più Crosby, Stills & Nash non si può; e aspettate l’altra The Shrine/The Argument con otto minuti barocchi in cui il loro timbro identificativo si sfalda verso frequenze misticheggianti prima che dei fiati e una viola dissonanti in un outro free jazz come dei rumoristi screziati riportino tutto violentemente a terra. Ok, detto troppo? "Non so".
"What’s my name?/What’s my station?/Oh, just tell me what i should doooo, I don’t need to be... "sì scusate. Questa è Montezuma. M’ha sempre ricordato una vecchia canzone militare che in America si imparava a scuola. Me la canticchiava un vecchio amico di nonno, scappato dopo la crisi del primo novecento da quella terra dove tutti vedevano il vaso di Pandora invece. E’ una ballata, harmony vocals che sembrano l’annunciazione in un momento buio e pesto della tua vita.
Aspèè, ragà, poi ci sta un brano da mago Silvan: Sim Sala Bim. Titolo buffo, ma nasconde in realtà una riflessione amara: "Come fa certa gente ad avere così potere su di te, come se fossi vittima di un incantesimo?"... Non dico niente, anche se ho detto tutto. "Non so".
Dovrei continuare a sciorinare verismo sui tracks rimanenti. Ma ne scelgo uno solo e ciao. Blue Spotted Tail. Una lullaby che prende, ti stacca il cuore, se lo tiene in mano e se lo spreme e con le unghie lo graffia. Struggimento. Sono solo lacrime.
Non so se l’avete notato ma è già giugno maremma maiala. E la primavera inoltrata è stagione di caccia grossa. Appostamento al presunto disco dell’anno, che in caso di risvolto traumatico e delusione può trasformarsi in una pericolosa roulette russa. Uno spietato tiro al bersaglio. Chi c’ha culo, vive o sopravvive. Le volpi però come sapete sono animali furbi e prudenti, machiavellici, difficili da metter nel sacco. Tanto più se son agili e lesti. Snelli al punto di arrampicarsi rapidamente ai podi delle classifiche di svariati magazine ecc. ecc. ecc... Così svelti da stupire mezzo mondo (parlo del debutto scalzante). Sì mezzo perché l’altro mezzo fa il bello addormentato, stupito da tanto stupore non avrebbe lanciato manco un pence su una sonorità così nostalgica, andata. Mi viene in mente quel suono bastardo del Quizzettone quando cannavi la risposta. Pulsante rosso. Ricordate?! Enculèt. Ma loro sono giovani-vecchie volpi furbe, son riuscite ad aggirar il problema e arrivare all’uva. Matura.
Se non li conoscete, non son nati in cattività. Andate e correte a mangiare qualche loro informazione. Dategli la possibilità di amarli.




