Dakota - Stereophonics
"TRACCE DI VITA" - Nona puntata
Da un'idea di Bruno Barbonaglia
Le tracce che vi sono rimaste addosso sono quelle che vi ha lasciato una o più canzoni in particolare, tracce profonde, dolorose, tristi o solo nostalgiche; ma anche felici, spensierate. Comunque, nel bene o nel male, son tracce di vita, segni che vi rimarranno, anche se dolorosi si rimargineranno e vi rimarrà una sottile, lieve e quasi invisibile cicatrice, pronta a pulsare quando partirà la prima nota di quella canzone. Allora a quel punto tornerete a fare i conti con voi stessi, con cosa vi ha trasmesso, con cosa vi ha lasciato, dove eravate e forse fondamentalmente con chi eravate, chi amavate in quel momento, chi odiavate o chi vi aveva lasciato se mai foste stati con qualcuno.. (Nicholas David Altea)
Dakota è il singolo per eccellenza, è rock, un po’ brit-pop e il ritornello rimane in testa. Fa parte dell’album Language sex violence, other? il cd che ha cambiato la mia vita e credo anche il modo di suonare degli Stereophonics, che sono passati da un suono più brit-pop a un suono decisamente più rock e sexy. E per quel che mi riguarda ogni volta che metto su quel cd in me avviene una metamorfosi, divento decisamente la versione rock di me stesso.
In pochi in Italia ascoltano Kelly Jones e company, e sinceramente non me ne capacito, perché obiettivamente sono una delle migliori band nel suo genere e la varietà dei loro cd li rende unici. Per fortuna ho conosciuto Manuel, che è fan degli Stereophonics, e aveva anche gli album, cosa rara nel pre-scaricamento brani. Mi ricordo come fosse oggi la prima volta che ascoltai Dakota, lui era salito sul pullman per andare in università con il suo lettore mp3, mi passò una cuffia e mi spiegò che mi avrebbe fatto sentire l’ultima canzone degli Stereophonics. La ascoltai e dissi uno sterile: “bella, sì” senza sapere che quella canzone sarebbe diventata una delle mie preferite di sempre.
Perché non mi sono sbilanciato? Perché ero abituato a Kelly Jones che cantava Maybe Tomorrow o Local Boy In The Photograph, Dakota era diversa. Era come se il vostro mito della Formula Uno andasse a correre in Moto Gp, insomma all’inizio vi parrebbe strano, voi volevate vederlo su una macchina non su una moto, poi però nel mio caso mi sono accorto che gli Stereophonics erano meglio in moto. Ascoltai anche la seconda traccia Brother, che è troppo rock, troppo dura, con il senno del poi aggiungo troppo bella, ma per me era troppo.
Ero musicalmente sconvolto, non mi convinceva come singolo Dakota e Brother sembrava suonata da un altro gruppo. La ascoltai per tre giorni poi divenne la mia droga e quando uscì persi la testa per quell’album. Quando mettevo su in macchina il cd diventavo stranamente aggressivo e mi sentivo più forte e nella mia mente dicevo: “Se loro sono riusciti a fare un cd così, cambiando il loro stile totalmente, allora anche io posso riuscire in qualunque cosa”.
All’epoca il mio qualunque cosa si chiamava Dejana, era una cameriera del Fly, un pub in cui io e Manuel ci arenavamo ogni venerdì sera. Bene, Dakota rientra anche in questo ricordo, come ho detto prima gli Stereophonics godono di poca visibilità in Italia, perciò vedere un loro video trasmesso da una televisione musicale (prima dell’avvento di Virgin Radio) era pressoché un evento raro, era nettamente più probabile vedere un alieno in giro a Vercelli alle venti di un lunedì sera (orario in cui la città non è popolata nemmeno dai vercellesi).
Eppure un paio di sere i nostri discorsi intelligenti (donne e Inter, elenco completo) vennero interrotti da quel suono di chitarra inconfondibile che inizia la canzone, inebetiti dall’evento ci azzittivamo ad ascoltare la voce rauca di Kelly Jones maledicendo tutti quelli nel locale che continuavano a parlare e che non ci permettevano di ascoltare alla perfezione il brano (che avevamo di sicuro ascoltato qualche istante prima in macchina) e io guardavo Dejana nella speranza di percepire se le interessava il genere, come se fosse direttamente proporzionale all’interesse che poteva provare per me, ma non dava molto interesse al gruppo che poi sarebbe diventato la sua band preferita.
Ma voi che amate la musica lo sapete bene, quando un pezzo che amate lo trasmettono in un locale o per radio quando siete in viaggio è un’emozione unica, forse stupida, ma è come se stessero trasmettendo qualcosa di vostro.
Ma come tutte le canzoni Dakota mi ha lasciato i più bei ricordi live. L’ho sentita tre volte, la prima nel 2005, loro erano davvero incazzati (come si poteva capire dal sound dell’album), un concerto nudo e crudo, bellissimo, ma nulla in confronto di quello di febbraio 2010. Non so se era la presenza di Dejana, che nel mentre era diventata la mia fidanzata, o se gli Stereophonics avevano ritrovato la voglia di fare che avevano un tempo, fecero il concerto più bello di sempre, ma quello che rimarrà indelebile nella mia mente è il fatto che Dakota, l’ultima canzone del concerto è stata interrotta a metà da uno della security perché c’era troppo casino. Dopo qualche attimo di panico, da parte mia per il timore di non sentirla fino alla fine, gli Stereophonics ripresero a suonare e Kelly prima di cantare disse: “Push back” rivolto a noi delle prime file.
Non so bene perché ma quel “Push back” abbellì ancor di più Dakota e ovviamente sul pezzo finale della canzone, quello molto ma molto rock, io persi la concezione dello spazio e del tempo, so solo che quando capii dov’ero vidi Dejana con in mano il plettro di Kelly Jones e sorrisi perché la sera prima mi aveva detto che aveva sognato di prendere il plettro. Io la presi in giro, spiegandole che io e i miei amici eravamo stati a mille concerti e praticamente mai siamo riusciti a prendere un plettro, poi quella sera quando la vidi saltellare di gioia sorrisi e capii che la fortuna aiuta le fighe, almeno nei concerti.
E questo è quanto. Dakota e il suo album mi ha cambiato, mi ha fatto scoprire il lato rude che c’era in me, sia musicale che personale. Mi ha fatto capire che i cambiamenti non sempre sono da temere e che gli Stereophonics danno paga ai miei veri miti, gli Oasis, ecco l’ho detto, anzi scritto.
Questo e altri scritti di "Tracce di Vita" li potete trovare qui: Capite cosa stiamo gridando




