70, tanti, tondi

I 70 anni di Bob DylanSe dico ‘Zimmerman’? Nah... ma se dico ‘Dylan’? Ci sono domande? Un giovane trentacinquenne per gamba, in piedi il Bobbone ne celebra proprio oggi 70. Faranno spegnere tutte quelle candeline qualunque tipo di giornale... Times, Uncut, Mojo, Independent (che s’interroga su settanta ‘perché’ sia la figura più popolare del pop-rock), il Sun (sì perché di recente pure lui è un vip da gossip per pettegoli, la BBC News ha rinvenuto una sua intervista rubata su di un aereo privato in viaggio nel lontano ’66 in cui il personaggione si abbandonava a confessioni con l’amico Robert Shelton: spendeva venticinque verdoni al giorno per sballarsi d’eroina quand’era a New York; oppure per pazze idee di pensieri verso il suicidio... insomma il Signorini d’oltremanica fiuta scoop che tirano), l’indimenticabile Rolling Stones (con qualche sicuro sguizzo per il suo passato: “fu un poli-topic di generi, un factotum, anzi fucktotum – e qualche ‘checcazzo’ e ‘fottutamente’ nel mezzo come credenziale), ma anche il Metro (non dite che non ve l’hanno mai appioppato appena scendete alla stazione dei treni o dei bus), e credetemi ragazzi... pure il Cioè accanto a Justin Biberon ne parlerà.

Che sia il suo genetliaco è una cosa che oramai interessa solo ad una casta ristretta a qualche milione alla ennesima di appassionati, di vinteggianti proprietari della reminiscenza storica della musica del passato, di sbarbatelli incomprensibilmente vestiti da speleologi che frugano nell’archeologia musicale, di studiosi dei solchi che il suo “aratro” ha lasciato nel terreno socio-culturale della seconda metà di questo secolo andato.

Chi per le sue canzoni di protesta, scritte dal 1962 al 1964, che l’hanno definito allora e lo definiranno per sempre. Chi che se lo ricorda così, perché se l’è vissuto o semplicemente gli piace immaginare che cos’erano gli anni sessanta: Dylan per loro sarà sempre l’autore di Blowin’ in the Wind e di The Times They Are A-Changin’.

Ma ci sono molti Dylan, e ognuno avrà il suo. Per chi ascolta le radio che trasmettono i successi del buon tempo che fu, è l’autore di Like a Rolling Stone, Lay, Lady Lay e Knockin’ on Heaven’s Door. Per chi si spinge fino agli anni settanta, Dylan è la voce di Tangled Up in Blue e Hurricane.

Poi, buco nero. Sono una minoranza coloro che considerano Dylan anche l’autore di Blind Willie McTell, Brownsville Girl o Man in the Long Black Coat. O magari, per chi ha ripreso ad ascoltarlo negli ultimi anni, l’autore di Love Sick, Highlands e Ain’t Talking. Che sono canzoni mature, complete, totali, perfino meglio scritte e meglio pensate di quelle di allora, ma hanno il profumo della vecchiaia e non della gioventù, non brevettano ma approfondiscono, non incendiano ma rassicurano, non sconvolgono ma guidano. Saranno sempre patrimonio di un numero più ridotto, di una conventicola più segreta. Ma hey, io non v’ho detto niente e non so nulla.

Un abaco che trasborda di decine d’unità d’anni lui se lo porta in un fagotto che regge sulle spalle. Quasi 45 dischi, compreso il recente In the concert – Brandeis University d’una esibizione del ’63. Svariate donne. Cinque figli (ufficiali, chissà i sottoufficiali). Stupefatte quantità di sostanze stupefacenti. Alcune canzoni eterne e in particolar modo la virtù di dare un soffio di vita al destino futuro, di chi genera qualcosa, di chi spiana la strada, di un patriarca. Effetto cristal ball.
Moralista misantropo, rivoluzionario conservatore, gnostico innamoratissimo della creazione, profeta di mutamenti e talmudista di sventure. Ok, sì và bene, piano con le parole. Devo celebrarlo, eccerto. E volevo farlo in 70 parole. Ma devo aver già sforato di brutto.

Non vi trattengo ulteriormente, avete già le trombette in mano per far festa. Vi vedo. Ma un quesito. Non so se l’avete notato, now-a-days il folk-rock diventa sempre più un fenomeno, un movimento d’opinione sonica, non più di nicchia ma elemento costitutivo degli emergenti (emergenza!) d’oggi. Il gusto per il recupero del passato assume forme e modi articolati, mai realmente nuovi e al tempo stesso mai conservatori, a volte bucolici a volte tendenti al visionario cupo. Non faccio nomi. La sociologia spicciola dice che il ritorno a storie, immagini e suoni antichi è tipico dei momenti difficili o di transizione in cui si guarda al passato per timore del futuro e si ha bisogno di artigli e radici per non franare. Chissà da chi attingono. Ma secondo voi, come avrebbe sfanculato il tutto Bob? Secondo me con: «Now's not the time to get silly, so wear your big boots and jump on the garbage clowns.» (da Tarantula)

Vi lascio ai festeggiamenti con questa canzone, tra le mie preferite, così bella che fa’ male.


Ilenia Lando