Limitless - Neil BurgerNeil Burger, regista dell’interessante ma non del tutto convincente The illusionist, si cimenta qui con la fantascienza dell’adattamento del romanzo The Dark Fields di Alan Gynn (2002). La premessa è interessante e vale il film: una pillola illegale permette a chi la assume di sfruttare tutte le capacità cerebrali normalmente non utilizzate diventando una sorta di spugna capace di immagazzinare e apprendere qualsiasi informazione a velocità supersonica. In un mondo in cui l’informazione è ovunque e alla portata di tutti conta soprattutto l’abilità di saper assimilare in fretta tutto ciò che ci arriva dalle fonti più disparate, e la magica piccola del film permette semplicemente di fare questo creando connessioni vincenti in tempi brevissimi.

Coerentemente con la modernità dello spunto Limitless si presenta come un film di fantascienza dalle suggestioni ben radicate nel presente: il futuro non sono più automobili volanti e astronavi ma connessioni infinite nella rete informativa globale: cervelli come calcolatori dalla potenza di un computer della Nasa. E grazie a questa pillola trasparente un aspirante scrittore in bolletta e crisi creativa ritrova se stesso e la personalità vincente che non sapeva di avere diventando in pochi giorni un genio della finanza dal conto a sei zeri. Ma il prezzo del successo è molto caro: il protagonista scopre molto presto che gli effetti collaterali della pillola sono gli stessi esatti di tutte le droghe pesanti illegali, e possono arrivare fino alla morte.

Il film di Burger ha un look volutamente “finto povero” ma non manca di soluzioni visive ardite come zoom impossibili e immagini distorte che rendono bene visivamente la sensazione di trip. Il protagonista Bradley Cooper, per lo più faccia da commedia ad Hollywood (Una notte da leoni), è credibile nella sua mutazione da loser a squalo della finanza con qualche problema di dipendenza, un po’ meno lo sono certe soluzioni di sceneggiatura che contrastano con l’impostazione realistica e seriosa della regia – c’è un’assurda scena ambientata su una pista di pattinaggio degna del peggior sottoprodotto di Matrix -. IL ritmo e sostenuto e la versione “in pillole” del mito del successo facile si concede qualche buono spunto. Ma gli ultimi venti minuti lasciano l’amaro in bocca per un film che poteva essere grande mentre è solo accattivante e gustoso. Rimane un quesito: perché De Niro non possa più avere un ruolo degno del suo nome ma si limiti solo più a ruoli macchietta da comprimario.


Francesco Pognante