The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?
Eccoci arrivati a recensire l’ennesima next big thing britannica, in un mercato che ne è ormai saturo. Questa volta però, parte dell’hype che si è creato intorno alla band è tutto sommato lecito, nonostante i ragazzi in questione prendano subito le distanze da esso chiamando furbescamente il loro debutto What Did You Expect From The Vaccines.
Quasi a parafrasare il titolo di un altro storico e attesissimo debutto, quel celeberrimo Whatever You Say I Am, That’s What I’m Not, i Vaccines si scrollano subito di dosso tutte le responsabiltà con una frase che da titolo dell’album diventa vero e proprio manifesto programmatico di questo LP.
Infatti, nonostante la stampa autoctona (NME in primis) abbia riversato in questi quattro giovani londinesi tutte le sue speranze per il 2011 musicale made in england, i Vaccines hanno confezionato un disco che non aggiunge nulla stilisticamente al panorama musicale inglese degli anni duemila, ma risulta quantomai fresco e immediato.
In questo lo si può accostare, con le dovute proporzioni, ai primi album di gruppi come Strokes e Libertines, ai quali la band è già in effetti stata più volte paragonata. Ma le influenze del gruppo sono quantomai varie, a partire dalla prima canzone, l’anthemica Wreckin’ Bar, che reinterpreta alcuni stilemmi dei Ramones per creare un inno da pub brevissimo e accattivante. Il fantasma della punk band americana aleggia anche nei suoni della trascinante Norgaard, canzone dedicata a una giovane modella d’oltremanica. Poi ci sono i singoloni Do You Wanna e Post Break Up Sex, malinconici ma di facile presa, che grazie alla voce calda del frontman Justin Young riescono a rendere al meglio e ricordano in alcuni passaggi gli Interpol più disimpegnati.
A Lack Of Understanding è un altro potenziale singolo, e ha una cadenza glasvegasiana che si ripalesa in Wetsuit, un nostalgico elogio alla giovinezza che nella melodia del ritornello ricorda pericolosamente Everyday di Buddy Holly. Il quartetto finale di pezzi, tra il crescendo di All In White (che a tratti sembra uscita da The Back Room degli Editors) e il sound galoppante di Wolf Pack, dimostra ulteriormente come questi quattro baldi giovani siano riusciti a fare della rivisitazione disimpegnata del primo indie rock degli anni duemila il loro punto di forza.
Un disco divertente e con pochi fronzoli, che forse non salverà il declino della musica in terra albionica (anche perchè non ne ha la pretesa) ma probabilmente rimarrà nei nostri ascolti per più di qualche mese.
Non male per essere il prodotto di una band il cui frontman, fino a poco tempo fa, cantava musica folk sotto lo pseudonimo di Jay Jay Pistolet.




