Il 13 settembre 1994, non ancora diciottenne, ho avuto la fortuna di assistere a quello che, ancor oggi, è stato il più bel concerto della mia vita. Eravamo allo Stadio Delle Alpi di Torino e quel gruppo di cinquantenni che strimpellava erano i Pink Floyd. Era il loro ultimo tour tutti insieme ed uno spettacolo simile non sarà mai più ripetibile.

The Australian Pink Floyd Show @ MantovaHa provato a ridarmi le stesse emozioni, sabato 16 aprile a Mantova, la cover band ufficiale (riconosciuta anche dal leader della band inglese David Gilmour), The Australian Pink Floyd Show. Ormai di casa nel mantovano (è la terza volta che vengono in pochi anni), questi cangurotti sonanti , hanno tentato di ricreare l’atmosfera dei concerti della più grande band psichedelica di tutti i tempi, con anche discreti risultati visto l’entusiasmo finale del pubblico presente. Personalmente, però, non sono rimasto pienamente soddisfatto, forse perché me ne avevano parlato così bene che mi sarei aspettato qualcosa di più, o forse perché porto ancora negli occhi e nelle orecchie l’esibizione degli “originali” e nulla e nessuno potrà mai eguagliarli.

L’inizio del concerto avviene un po’ in sordina, con un’esibizione alquanto “scolastica” di Shine On You Crazy Diamond, seguita da altre cinque canzoni che svariano da un pezzo d’annata come Arnold Lane ad una più moderna What Do You Want From Me. Dopodiché il gruppo si ritira in una prematura quanto lunghissima pausa (25 interminabili minuti…). Il tema del tour, da quello che si poteva leggere sui giornali e sui siti dedicati, avrebbe dovuto essere l’album The Dark Side Of The Moon, ma così non è stato pienamente.
Molti, tra cui il sottoscritto, dopo un inizio variegato ma breve, si aspettavano l’esecuzione dell’intero album sopra citato ed un finale con i soliti quattro cavalli di battaglia.

Invece, al rientro, hanno suonato le prime cinque canzoni del secondo album più venduto della storia, fermandosi alla famosissima Money (canzone ormai “svalutata” dal continuo uso che ne fanno i telegiornali ogni qual volta parlano della crisi monetaria globale), per poi continuare con altre otto canzoni, tutte super famose, che hanno finalmente scaldato il pubblico, il quale, costretto su seggiolini anche in platea, sulle note della canzone finale Run Like Hell, non si è più trattenuto e si è alzato in piedi cantando e tenendo il tempo con le mai.

A livello scenografico, anche qui, mi sarei aspettato qualcosina in più, dato che già il nome del gruppo prometterebbe uno “show” ed in più pare che molte attrezzature fossero provenienti dai tour dei veri Pink Floyd. Invece non c’era neanche il telone rotondo su cui proiettare immagini (cosa che in altri tour avevano usato) e le luci, quasi costantemente puntate sul pubblico forse per concentrare maggiormente l’attenzione sul suono e dare l’illusione che sul palco ci fossero quelli autentici, e qualche laser verde intervallato da dei “blinder” quadrati a venticinque lampade, usati principalmente per far apparire la scritta “HEY TEACHER” durante l’esecuzione di Another Brick In The Wall part II.

Da quello che ho scritto non ne viene sicuramente fuori un quadro edificante, ma posso dirvi che, nell’insieme, mi è parso di capire che alla maggior parte del pubblico presente, lo spettacolo è piaciuto molto e che sicuramente, dovessero tornare ancora, avranno lo stesso successo che hanno avuto questa volta.

Per quanto riguarda la parte suonata, chiudendo gli occhi ci si può quasi confondere con quelli originali, per il cantato, purtroppo, pur alternandosi in quattro, nessuno è riuscito ad essere incisivo o degno di nota ( forse è per questo che la canzone che mi è piaciuta di più è stata One Of These Days, interamente strumentale…) Una nota di merito, invece, bisogna sicuramente darla ad una delle tre coriste che si è esibita in maniera superba nella non facile A Great Gig In The Sky, facendo tutte e tre le parti che di solito, le coriste ufficiali dei Pink Floyd, si spartivano.

Visto che gli originali non torneranno mai più (o comunque, se dovessero tornare, non saranno mai al completo vista la grave mancanza del compianto tastierista Richard Wright), l’unico modo per assaporare un pezzo di atmosfera pinkfloydiana, sarà quello di andare a vedere un spettacolo del disertore Roger Waters, ancora sulla breccia col solito The Wall ma, in fondo, unico tassello mancante per poter dire “ho visto tutti i Pink Floyd, almeno una volta…”, tralasciando ovviamente il MITO Syd Barrett, ma per ovvie ragioni temporali...


Simone Zunino