Happy Record Store Day!Accanto a me ho un trilione di pagine che richiamano la mia attenzione. Guardo l’ora e son le prime XX:XX di sabato 16 aprile. Praticamente già oggi, per voi che leggete. Cazzeggio time, di un time che non ho. Ma ‘fanculo, il tempo è dio, non puoi mai averlo. E’ lui a possederti e a far di te ciò che vuole. Per cui facendomi di teina e pappandomi schifezze son qui che come un’internauta smanetto. E... tah-dan! Ho beccato questo documentario toccante dal ganzo titolo: I need that record (check it out) dove affiorano interventi di personaggioni della scena anni ’80-’90 (quelli che ‘sti cazzi, gente come Ian Mckaye per dire).

Parallelamente ecco che una vocina interna comincia a cantar Spin the black circle, sì quella dei Pearl Jam. Dai non fate i cazzoni, quella dell’album Vitology, presente? Se siete somari ascoltatevela. Dovrà esser la colonna sonora di questa giornata mondiale. Sì perché oggi è nientepopòdimeno che il Record Store day!

In questo 2011 Odissea nello strazio – le notizie giorno dopo giorno rendono questo un anno complesso – voglio evitar come si fa con la peste di cadere in tentazione nelle solite tirate nostalgiche. Di epoche appena appena sniffate. Ma è difficile. E’ difficile perché l’espressione “negozio di dischi” porta sempre lì, dritto agli anni ’90. Metà di quegli anni se si vuol esser certosini.

Ricordo come fosse ieri una chiacchierata con un caro amico. Si parlava del tutto scorre, dell’evoluzione darwiniana delle generazioni, dei tempi. Mi disse che quando gli prendeva un dritto per qualcosa gli partiva la “fame chimica”: dovevi sapere. Come non so, sei un ragazzo che ascolta gli Zeppelin? Sai che Page è il chitarrista. Ti piace, vuoi saperne di più. Che fai? Ora: vai in internet et voilà! Hai tutto: foto, link, discografia completa... e tutte le balle del caso. Ma una volta non era così, ce stava la fregola che te faceva sbatter la testa e ridurla come ‘na capocchia de spillo. Nessuno poteva risponderti, passavan mesi prima che grazie ad un libro, un articolo, un programma radio o chissà che altro si potesse ricostruir la trama di quel tappeto ricco di maglie il cui attacco sembrava prima incomprensibile. Oppure semplicemente recarsi in quel negozietto di dischi vicino a casa, star lì ore e ore, scartabellare un disco dopo l’altro e parlar col proprietario – vecchio musicista andato a mele e a male. Ma in quegli anni ’90 magari s’era giovani universitari, poco più che ventenni, con quattro lire in tasca, la passione della musica nel cuore e quei negozi che avevan un effetto calamita su di te.

L’acquisto di un disco. Ah! Non provate voi un piacere tattile, epidermico, sensoriale a scartar un disco? A legger tutto fino all’ultima virgola? Ad ascoltarlo e basta. Senza far altro. Conosco gente che ci potrebbero perdere delle giornate così. Tutto l’oggetto è maliardo. Ti sta comunicando/insegnando/dicendo delle cose.

Vorrei scrivervi dell’atmosfera palpabile dentro un negozio di dischi, dell’odore... Cosaaa? Quale odore mi state chiedendo voi? Quello dei vinili. E poi guardo mio fratello che si scarica tutto eccitato la nuova versione di iTunes. E penso... se quella non è una generazione con un buco nero della madonna, poco ci manca.

Comunque sia, ciancia alle bande, it’s Record Store Day today. Please go out and support your local store. (Tutte le info le ritrovate in internet, suvvia che ce sto a fare io qui sennò?)

E’ quasi Pasqua. Prendete il maialino di terracotta e rompetelo. Comprate e spendeteli tutti! Questo è il momento giusto per la remissione dei peccati. Fate questo in memoria di QUELL’odore.


Ilenia Lando