Tra vacche e buoi i ManzOni son dei paesi tuoiQuando folleggiando nel web ci son incappata, in realtà, non mi aspettavo nulla. Se non che muggissero qualche rumore, pur loro, altrettanta band in questa masseria selvaggia di legni, corde, ampli, casse e microfoni locali. Mi sentivo una fortunella col machete comunque in mano: ho trovato un qualcosa di nuovo. Poi un click, il suono che parte. E lì è partita anche una favella di mandi e rimandi, assonanze, influenze, retrogusti, reminiscenze sonore che... ma che sto ascoltà? Ch’è ‘sta roba?!

Sono cinque clodiensi, “Nongi”. Sì dai, m’avete capito, c’è dell’ironia. Cinque non più giovani ma con un bagaglio d’esperienza, saggezza e humour che danno un’autostrada a ben cinque corsie, signori, a questi pischelli in erba ultra indie che voglion calcare i palchi. Vi do questo "sgulp", il frontman ha collezionato cinque decine più sette unità nel suo pallottoliere di vita. Ma alla fine, chi se ne frega! La musica è quell’armonica in Si bemolle lasciata in pegno ad una donna, che da vent’anni rimandi d’andare a prenderti. Ed è ciò che ha fatto proprio Gigi Tenca ora.

Loro stessi, nel loro blog si definiscono: “Siamo tutti refrattari a ciò che non è musica, scrittura, composizione. E, soprattutto, siamo cinque personalità forti. Nessuno se la sentirebbe di parlare a nome delle cinque teste matte che siamo.” Il loro album omonimo autoprodotto è uscito non molto tempo fa, lo scorso febbraio, per la Garrincha Records. E il loro debutto non può lasciar noi indifferenti.

Tutti sappiamo che lo scopo principale di un film horror è quello di terrorizzare. Se lo fa in maniera intelligente tanto da farvi appiccicare alla poltrona del cinema o al divano di casa, se crea la tensione sufficiente a farvi sobbalzare e trasalire per un rumorino impercettibile alle vostre spalle, se alla fine ti lascia uno stato di ansia che si trascina per tutta la settimana a venire, allora è un capolavoro. Se invece vi fa ridere per l’assurdità delle situazioni o della recitazione, allora è una bufala se non una cazzata immane. Ebbene, proprio così è il disco di questi giovani ‘de ‘na volta. Dipende dalla vostra indole, dal vostro stato d’animo del momento, dal vostro interesse musicale. Ma... Se volete un disco che vi deprima ad ogni ascolto, allora, per voi, questo è un’opera d'arte. [Nick potrebbe fare al caso tuo, sai!!]

Ben suonato da una formazione composta da quattro chitarristi, la parte ritmica affidata ad una batteria suonata dai pizzicatori di corde stessi, o talvolta solo da tappeti di loop ferrosi ed ipnotici, ed il cantato (cantato?) da Gigi Tenca, l’autore di tutti i testi tra l’altro. Determinativi, antiche parole a orecchio, bufere di metafore ardite, refoli di accapo alzo zero, ed è subito poesia.

Ehm...
Ma davvero pensate sia un qualcosa del genere?! Ma magari. Per carità, son parole e musica d’autore ma non a questi livelli. Non così pese. I testi, spesso nudi&crudi e pregni di parole ametriche, scarne, intime, in sottrazione eppure ricche di aggettivi e dettagli, immagini e colori che traghettate creano scenografie di storie di vita quotidiana disagiate, di gente al margine, lavoro in fabbrica, solitudine, e miseria ladra pure di distorte storie d’amore. Spigolosi e umani come i giorni dell’Edda solista – stilisticamente lontano anni luce ma ugualmente denso – oppure del Pasolini violento degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro o magari del Ciampi più amaro. Paragoni che possono poco, se non sottolineare coll’evidenziatore le virtù involontariamente catartiche di questo impasto che rimane granuloso, da interpretare, a metà strada tra il racconto, il climax e l’autoterapia.

Un grumo di intensità poetica mascherata da sfogo prosaico e quanto mai terreno, come terrena è anche la disperazione sfibrata che si respira nelle nove tracce della scaletta. Non c’è salsa di speranza in cui pucciare la rabbia e la disillusione di quest’autore. Il tutto su di un letto di musica cupa, scarna e sofferta che fa da cornice ad un cantato sussurrato quasi sospeso. Ad un che?? Il primo impatto parla di una voce roca e sgraziata che sa di tante sigarette fumate e che ricorda quella del Vasco. Ascoltatelo, eddai, che poi mi direte col giusto tono e timbro: “Eh già...!” (battuta da quattro soldi volutamente ricercata).

Recensire un disco come questo poi, basato su un'interpretazione vocale tagliente ed abrasiva e dalle melodie tutt'altro che compiute, accompagnata da chitarre secche, potrebbe far credere che questo esordio dei veneti ManzOni possa essere accostato in qualche modo allo stile dei Massimo Volume, oppure di Le Luci Della Centrale Elettrica. Per fortuna, l'ascolto vale sempre più di mille parole, e chi vorrà approcciarsi a questi 9 brani si sentirà mancare il terreno sotto i piedi: in realtà non è facile trovare dei riferimenti precisi per essi, e che se proprio fosse necessario farlo, avrebbe più senso menzionare il tormentato songwriting blues di Vic Chesnutt, visto che questo disco onesto, musicalmente parlando, di italiano non ha niente.

Non mi dilungherò oltre, nemmeno nel snocciolar pezzo dopo pezzo dandogli un taglio descrittivo, discernendolo. Correte ad ascoltarlo. Quando si ha tra le mani un regalo, finchè non lo si scarta non si sa che sarà. Questa pazza primavera, dopo alcuni giorni di dolce assaggio estivo, da’ un colpo di reni e ci ridà la coda – perché questo brusco calo delle temperature altro non sembra – d’un brivido invernale. Ecco, questo un regalo, d’un inverno passato ma su questo album fissato.


Ilenia Lando