Cronache letterarie : Kundera, Brook, VannMilan Kundera
Fa davvero piacere vederlo riapparire sulla copertina di una delle più prestigiose riviste letterarie francesi, Milan Kundera. Di lui credevamo di aver perso ogni traccia, invece eccolo addirittura "santificato" dalla Pléiade. Quello che aspetta il lettore francofono di questa rivista è un corposissimo dossier sull'opera kunderiana, ma con un'avvertenza che mi sembra importante: "perpetuare piuttosto che commemorare", come recita il titolo dell'articolo di Isabelle Daunais, autrice tra l'altro del saggio Les Grandes Disparitions. Essai sur la mémoire du roman.

Già, perché di commemorazioni o di mummie non se ne può più, a cominciare dalle tante ossificazioni premature della letteratura italiana. Quello che ci vuole è la capacità di perpetuare un discorso, di farlo proprio, ovvero la voglia e il coraggio di ereditare dal passato, specialmente quello recente che ancora ha molto da insegnare... Di questi tempi si parla a più non posso di politica che non c'è, di etica da ritrovare, di generazioni perdute e "senza padri". Kundera è un maestro ancora oggi nell'arte di dissentire, di lavorare con le idee anche dentro il romanzo, di relativizzare i punti di vista che spesso ci vengono spacciati per assoluti, a destra come a sinistra, mostrando che contro l'oblio e la stupidità si può lottare, eccome, e che bisogna sorridere sempre alla cattiva sorte.

E' quella sua "scandalosa leggerezza", di cui parla Adam Thirlwell nel suo intervento, della quale stiamo mostrando di non essere all'altezza, e non da oggi, in un Paese malato di moralismo e ipocrisia come l'Italia. Tra gli altri, firmano saggi nel dossier François Ricard, esperto dell'opera di Kundera fin dai tempi de L'immortalità e de L'insostenibile leggerezza dell'essere, Dominique Noguez, Alain Finkielkraut, Massimo Rizzante e tanti altri.


Peter Brook
Peter Brook non è soltanto un famoso regista e attore, è anche autore di alcuni tra i libri più interessanti mai scritti sul teatro contemporaneo. In uno di questi, La porta aperta (Einaudi), una raccolta di conferenze tenute in Giappone, Brook traccia un ritratto della sua arte che è sempre ricco di aneddoti rivelatori - come l'episodio del Mahabharata dove gli attori sono alle prese con pericolose scintille di fuoco o i tanti viaggi in giro per il mondo - e di notazioni folgoranti, a volte sorprendenti, come questa sulla differenza tra cinema e teatro (annosa questione dibattuta da non so quanti teorici): "Se vi limitate a piazzare due persone una accanto all'altra in uno spazio vuoto, ogni particolare viene messo a fuoco. Per me, questa è la grande differenza fra il teatro nella sua forma essenziale e il cinema. Nel cinema, a causa della natura realistica della fotografia, una persona è sempre inserita in un contesto, e non c'è mai una persona fuori da un contesto. Ci sono stati tentativi di realizzare film con ambientazioni astratte, senza scenografie, con fondali bianchi, ma, Jeanne D'Arc di Dreyer a parte, la cosa ha funzionato di rado [...]. In teatro si può immaginare per esempio un attore vestito come ogni giorno che indica di essere il Papa col fatto di portare un berretto da sci bianco. Basterebbe una parola per evocare tutto il Vaticano. Al cinema questo sarebbe impossibile".


David Vann
Sembra che sia uno dei romanzi più letti e apprezzati del momento in diversi paesi del mondo, l'opera di esordio di David Vann, L'isola di Sukkwann (Bompiani). Storia di ghiacciai e di angosce familiari che ricorda, a mio parere, certe trame non proprio angeliche dei film di Bergman... La storia è tratta da una raccolta intitolata Legends of a Suicide, e anche scorporata dal contesto questa vicenda ambientata su un'isola deserta dell'Alaska non si fa dimenticare facilmente. La critica accosta volentieri l'intenso Vann addirittura a Jonatha Franzen, forse per via del comune tema della crisi familiare, e al più spendibile Cormac McCarthy. Penso che il tempo, se sarà clemente con l'autore quanto lo sono i lettori e non lo vaporizzerà in pochi anni, ci dirà qualcosa di diverso e di meno facile di certi accostamenti alla moda. Intanto leggiamolo e non pensiamo troppo agli interni svedesi, potremmo anche sbagliarci.


Alessandro De Caro