E' da poco uscito in dvd Noi credevamo, il film sul risorgimento italiano distribuito malissimo questo inverno e che merita assolutamente di essere recuperato.

Noi credevamo – Mario MartoneCilento, 1828. Angelo, Domenico e Salvatore sono tre giovani amici, due borghesi e un figlio di contadini, che stufi dei soprusi dei Borbone decidono di abbracciare la causa dell'unità d'Italia aderendo alla Giovine Italia di Mazzini. Quattro quadri – l'educazione politico-sentimentale durante i moti repubblicani di fine anni '20; la prigionia di Domenico; l'attività all'estero di Angelo; il ritorno di Domenico nella sua terra a indipendenza raggiunta – raccontano la loro storia di patrioti nei successivi trent'anni.

Martone sceglie un approccio problematico al Risorgimento mettendo al centro della rappresentazione tre outsiders, tre giovani idealisti come tanti che partecipano ai movimenti di liberazione nazionale in maniera marginale e sempre fallimentare. Non ci sono in scena gli Eroi della Storia Patria – a parte il Mazzini esiliato e imbelle di Servillo –, i protagonisti non sono a Milano nel '48 o a Roma nel '49, non muoiono da martiri a Sapri con Pisacane, non combattono a Milazzo o Calatafimi con i Mille. Viaggiano, incontrano, discutono, insorgono, complottano, muoiono mossi sempre dalla forza di un'idea. Intorno a loro si affolla un'eterogenea massa di patrioti, politicanti, oscuri eroi e codardi, trasformisti e aspiranti tirannicidi.

I Santi, come detto, sono altrove. La forza di quest'opera è nei suoi protagonisti imperfetti. La forza di quest'opera è in un Valerio Binasco gigantesco che da' al personaggio di Angelo – l'aristocratico votato alla causa che non si vuol fermare di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla sua umanità – una statura dostoevskijana, anima in preda al vento che pare uscita da I demoni. La forza è in una fotografia che restituisce perfettamente il sapore ottocentesco attraverso scelte di luce debitrici dei macchiaioli. La forza è in una composizione delle inquadrature che rifiuta le scene di massa – non è mai stato “massa” il Risorgimento, di qui il suo reale fallimento – per mostrare sempre l'azione di singoli o di gruppetti, anche nelle battaglie.

Tre ore di affresco melodrammatico (la colonna sonora recupera quella che è stata l'arte per eccellenza dell'Ottocento italiano) che non stancano mai, non indulgono mai al sensazionalismo per restituire un senso di sconfitta e di irrisolto. Perciò Noi Credevamo è un film politico della miglior specie, perché mette di fronte lo spettatore a uno scarto, alla percezione di una differenza tra l'Idea e la Storia; tra quello che avrebbe dovuto essere (un'Italia libera, laica, democratica e repubblicana a compimento di una rivoluzione nata dal basso) e ciò che è stato (un'unificazione compiuta da una monarchia bigotta e filistea a dispetto di un popolo indifferente e di una gioventù rivoluzionaria raggirata).

Nell'ultima, desolata e potentissima parte il ritorno di Domenico a casa e l'ultima avventura garibaldina finita con le fucilate dei bersaglieri mostrano come il tradimento del Risorgimento sia il peccato originale di una Nazione che non ha mai conosciuto la democrazia, di un popolo che non ha mai saputo autodeterminarsi ma si è sempre lasciato irretire dal Potente di turno. “Noi credevamo” sono le parole che chiudono il film. Altri dopo di loro hanno creduto e sono stati vittime di un Paese che come Crono divora i suoi figli migliori. Oggi, dopo centocinquanta anni, c'è ancora qualcuno che possa Credere?


Giacomo Lamborizio