Nulla di nuovo sul fronte occidentale

R.E.M. - Collapse into nowCome quando salti in auto e per allietare il viaggio accendi la radio. E’ cominciato proprio tutto così. Passavano l’ultimo singolo dei R.E.M. Sì dai, quella che pompano ovunque, che tra un po’ te la ritrovi pure su Radio LoConosciSoloTu.

Il mio copilota subito sbottò starnazzando: «Ma dai! Ma senti qua! Pff! Di grandi gruppi inutili è zeppa la storia del rock, non credi? ‘Sti gruppi rockeggianti diventano pleonastici quando durano troppo. Sono stone age, ok, perché hanno avuto un passato importante, che ha segnato il loro tempo e molti destini futuri, ma diciamocelo, sono inutili perché di fatto non hanno più nulla da dire, procedono per inerzia. E’ come... è come quando fare musica rock diventa come timbrare il cartellino (con tutto il rispetto per chi il cartellino lo timbra, ti dico eh), questa musica perde ogni ragione d'essere. E’ la solita solfa. Bella, ma è la riprova che i R.E.M non sanno più fare altro che risciacquare i propri piatti. Forse aveva ragione Neil Young, sai: “meglio bruciare che arrugginirsi a poco a poco…”». Sarò sincera, credetemi, avevo ascoltato un numero di secondi sbriciolati che si possono contare su di una mano, forse, della loro nuova opera. Tergiversai, e parlai del tempo fuori.

Sapevo comunque dei movimenti della rock band statunitense sulla breccia ormai da più di trent’anni. Prima dell’uscita ufficiale del disco infatti, il trio Mills, Stipe, Buck ha fatto venire l’acquolina in bocca ai vari fans sparsi per il mondo, consentendo verso i primi di gennaio il download gratuito di Discoverer e pubblicando qualche settimana più tardi sul tubo un breve video trailer contenente un riassunto di pochi secondi di ogni brano. Un Making Of. "Pubblicizziamoci", ci può stare. Il mercato và preso con guantoni di ferro glitter. A febbraio è poi uscito il primo singolo, per il mercato europeo Uberlin, per quello americano Mine smell like honey con annesso video autolesionista, in cui lo Stipe viene scaraventato e fatto rotolare per le scale da quattro energumeni vestiti di bianco.

Ma io oltre a ciò non sapevo una mazza.

Ho rimandato più che potevo, ma alla fine l'ho ascoltato. E... ok, sono sempre loro. Chi li snobba perché “sono vecchi, si citano, si ripetono, non sono più quelli di - nome di album a caso -", beh, diciamo che può andarsene tranquillamente affanculo.

Collapse into now, ammetto, è un disco nato già vecchio. Un vetusto signore, ma di bell’aspetto, che si aggira per la sua casa, circondato dai suoi soprammobili impolverati e dai suoi canestri di frutta secca. Alla sua porta i vicini hanno smesso di bussare, e su quelle mura pendono inclinate vecchie foto e ritratti ingialliti. Ogni canzone che risuona qui dentro ha un sapore già provato e talvolta anche sputato (Uberlin e It happened today suonano così domestiche e addomesticate che non ti fermi più nemmeno ad accarezzarle) e l’unica vera novità stavolta è stata quella di affidare ai loro stessi ascoltatori lo sforzo di voler imprimere un taglio nuovo dando loro l’opportunità di poter remixare alcune delle tracce e diffonderle sul web.

E’ l'ennesimo concistoro di una band compiaciuta ed appagata ma che non riposa sugli allori. Per chi si è avvicinato da poco al gruppo può risultare una piacevole sorpresa, per tutti gli altri niente di nuovo sul fronte occidentale; in ogni caso i R.E.M. brillano ancora di luce propria.

Ma che sparata ho mai detto?

E’ un disco perfetto per chi volesse avvicinarsi ai R.E.M. Il problema è che nessuno ci si avvicina nel 2011. Gli incerti ragazzini interessati andranno, come tutti, a scaricarsi la più mainstream Losing My Religion e da lì proseguiranno con il commercialotto figlio di Mtv Automatic for the People e probabilmente... basta. Chi li ascolta, il supporter patito che potrebbe volersi comprare questo nuovo lavoro, è con tutta prevedibilità uno che ha quasi tutti gli album del gruppo di Atlanta e una solida conoscenza dei testi di canzoni quali Gardening at night e Low Desert.

Approssimarsi ad un loro nuovo lavoro non è mai cosa semplice. Bisognerebbe puntare ad orecchie e cervello una calibro 35 per renderli organi omertosi in fatto di sovrastrutture che il lunghissimo loro curriculum impone. Con tutta probabilità, colui che potrebbe volersi comprare questo cd è anche uno a cui sono cascati i coglioni sempre più violentemente e inesorabilmente dal 1999 in poi, perché lo sanno anche i sassi che Reveal era lo scarabocchio lirico di un anemico, e che i successivi album - riempite lo spazio bianco con espressioni di disperazione, angoscia e stridor di denti, tutto free come l’amore per gli hippie.

E’ un album restio al rischio, avvezzo alla tranquillità, un disco “song-oriented”, pieno di reminescenze in cui le emozioni dell’animo nostalgico dell’ascoltatore clochard remmiano può trovar residenza. L’intro in piena avanscoperta nella giungla di suoni che t’aspetti di trovare è l’elettrizzante smarrimento di Discoverer, memore a tratti di Finest worksong (toh’). Si prosegue al meglio (All the best) con l’Accelerator (!) al massimo, senza freni puntati, in compagnia di un ritornello dannatamente pop. Dopo la pazza gioia, per un attimo rallenta il ritmo adrenalinico per lasciar spazio a tre ballatone commoventi (Uberlin che piace tanto ai grandi quanto ai piccini, It happened today che scorre via con la partecipazione di un Vedder che poraccio a mala pena si sente, e Oh my heart che sa’ d’Ambriosoli con l’incipit di fiati made in New Orleans e momento amarcord con l’elegante, mai dimenticato, mandolino a loro tanto caro).

... e così via, fino al capolavoro finale, la lunga e misteriosa Blue. Una sorta di seguito di Country feedback dove, con uno spoken word psichedelico, fa la sua comparsa, con devastante impatto emotivo, la sempre straordinaria Patti Smith, creando incantesimi vocali come solo lei sa fare. Un pezzo con diverse aperture strumentali, cambiamenti di tempo, che suona quasi come una esplorazione della psiche umana a tempo di rock. Peccato sia solo la fine del disco.

Vi do tempo non più di una mezza giornata per ingoiare e mettere a memoria le nuove dodici canzoni e trovarsi pronti in pole per il nuovo tour trionfale.

I R.E.M. hanno già passato il climax della loro carriera, i loro capolavori li hanno già prodotti e a quei livelli non torneranno mai più, né gli si può chiedere di farlo. Però questa volta il gioco gli riesce bene, suvvia. E’ un disco solido, sotto ogni aspetto. Ce ne fossero di band che hanno la classe e la grazia dei R.E.M., che riescono a far album come questo dopo 30 anni di carriera. Dai, non fate quelle facce. Mica vi ascolterete tutto il santo giorno del marcio garage punk, no? Ok la velocità, ok la distorsione, ok la zozzeria, ma dopo trenta minuti di Teengenerate ci vuole qualcosa per depressurizzarsi. Eccovi la la vostra tachipirina.

E poi, la mia non è una recensione, come dice Michael Stipe, “andatevi a sentire l'album”.


Ilenia Lando