Cronache letterarie: Hisham Matar, Michael Lowy, Jonathan FranzenHisham Matar
In un simpatico articolo pubblicato la scorsa settimana sul domenicale del Sole24Ore, Gideon Rachman sostiene una tesi che condivido in pieno: per capire un’epoca non c’è niente di meglio della letteratura. Se la Russia del XIX secolo possiamo ritrovarla in Guerra e pace come non ritrovare l’attuale crisi libica, in tutto il suo spessore anche umano e non soltanto economico, peggio ancora “politologico”, nel romanzo di Hisham Matar Nessuno al mondo (Einaudi)?

Se le questioni politiche in gioco sui giornali appaiono soltanto nella loro veste “ufficiale”, quella del conflitto a fuoco ormai cruento e inevitabile, nel continuo fioccare di notizie su Twitter e alla televisione, nelle pagine del romanzo di Matar siamo riportati alla realtà delle dinamiche sociali che rendono un regime davvero intollerabile: gli arresti coatti, la tortura, le deportazioni, la distorsione dell’informazione e dei rapporti umani, la lenta - e perciò narrabile - dispersione dell’idea del futuro e della libertà. Le notizie, lo sappiamo, hanno le gambe corte quanto le bugie. I romanzi, invece, possono ampliare il panorama e mostrarcelo più crudo di una fotografia; persino più reale poiché non ha nulla di istantaneo.

Rachman commenta, amaramente, che se le vicende raccontate in Nessuno al mondo risalgono al 1979 è soltanto perché la dittatura di Gheddafi trova in quell’epoca il suo apogeo e, con esso, anche la sua prossima caduta… Ma ci sono voluti trent’anni, anno più anno meno. Nel frattempo, Matar è cresciuto anche come scrittore e ha appena pubblicato l’atteso nuovo romanzo, Anatomy of a Disappearance. Non mancherà di uscire quest’autunno anche in Italia.


Michael Lowy
Dal totalitarismo alle persecuzioni delle minoranze e degli stranieri il passo è breve. In un libro ben documentato e “vissuto” quanto una lettera ai propri familiari, Michael Lowy racconta il mondo degli intellettuali ebrei tra le due guerre mondiali. E fioccano così i nomi di scrittori e intellettuali come Kafka, Benjamin, Bloch, Blanqui, Landeur, Scholem e altri “apostoli” di un pensiero ebraico mai davvero dimenticato, il cui abisso morale e politico molti non vorrebbero vedere nemmeno oggi, considerando il ritorno dell’antisemitismo di cui tanto si è parlato. E anche considerando che uno degli ultimi grandi nomi di quest’ondata “anti progressista”, lontana dal liberalismo facile e sonnolento, porta il nome di Sigmund Freud. Lowy non parla del fondatore della psicanalisi, ma lascia intendere che la sua ombra raccoglie quella degli altri.


Jonathan Franzen
Dall’altra parte dell’oceano, invece, il ciclone Jonathan Franzen non fa più notizia. Ne avevamo parlato, a suo tempo, su Finzioni occidentali ma, oggi che Franzen raccoglie consensi con grande facilità e le traduzioni di Freedom non si contano più, non ci resta che leccarci i baffi con l’intervista apparsa su Alias, l’inserto de Il Manifesto. Un’intervista direi quasi intima, nella quale Franzen si confessa volentieri, non risparmiando qualche frecciatina contro Philip Roth, reo confesso di narcisismo, e parlando soprattutto della natura dei personaggi di Freedom. Sorprende sentirlo dire, semmai, che il suo compito principale oggi è quello di “divertire il lettore”, e che in fondo la letteratura e… la televisione non sono poi così lontane! Tanto che il suo celebre Le correzioni sta per diventare un evento televisivo. Altri mondi, certo, quelli in cui uno scrittore immortalato la scorsa estate dal Times può “inventare” la sua trasmissione del cuore - si fa per dire - partendo dalle nevrosi letterarie, sia pure condite ampiamente con una militanza anti Bush (i fatti narrati in Freedom coprono un periodo recente, tra il 2003 e il 2007). Da noi, invece, accade spesso il contrario.


Alessandro De Caro