Tornano i californiani Crocodiles, a poco più di un anno dalla pubblicazione di quel piccolo gioiello noise-pop che rispondeva al nome di Summer Of Hate.

Crocodiles, Sleep ForeverBenchè non stravolgano la formula garage dell’esordio, gli otto pezzi che compongono questo Sleep Forever godono di un suono meno lo-fi, in cui gli ipnotici echi fuzz paiono parecchio levigati a tutto vantaggio della melodia.
Il duo di San Diego gode questa volta dell’attenta supervisione del Re Mida delle produzioni indie degli ultimi anni James Ford, che garantisce loro un suono più pulito e una forma canzone più definita.

In bilico tra momenti più autoreferenziali e citazionismi che vanno dai Jesus And Mary Chain alla pura psichedelia, l’album ha un ottimo tiro, a partire dal primo brano Mirrors, che denota subito un sound più pieno e un reparto tastieristico maggiormente in evidenza (a ben vedere anche la line up live della band per questo secondo album si è di fatto allargata) rispetto a quello di alcuni comunque riuscitissimi brani dell’esordio come Soft Skull (In My Room).

Si sente tutto il sapore della Fat Possum e della loro California nella seconda Stoned To Death, così come in Hollow Eyes, che però nelle atmosfere e in certi suoni ricorda quasi i primi fragorosi Horrors.
Dopo la ballata in odore Psychocandy Girl In Black e la riuscita e quasi Panda Beariana title-track Sleep Forever (probabilmente il brano più marcatamente pop che i nostri abbiano mai composto) abbiamo Hearts Of Love, in cui i Crocodiles giocano a coverizzare i Beach Boys mantenendo però il piglio che li contraddistingue.

Il vero capolavoro del disco è però il brano in coda all’album, quella All My Hate And My Hexes Are For You che, dopo un brano energico come Billy Speed, chiude il disco sfoderando un’atmosfera sognante che, per gusto e melodia, sembra uscita da Ladies and Gentlemen We Are Floating In Space testimoniando, se ancora ce ne fosse bisogno, l’ennesimo prodigio discografico in casa Fat Possum.


Alessandro Blangetti