Come Dio comanda - Gabriele Salvatores
Torna Gabriele Salvatores e torna al fianco di Niccolò Ammaniti cinque anni dopo Io non ho paura. I due hanno insieme lavorato a questa trasposizione cinematografica dell’ultimo romanzo di Ammaniti, vincitore del Premio Strega e grande successo di pubblico negli ultimi due anni.
Il film, nonostante Ammaniti ne abbia firmato la sceneggiatura, ha deluso gran parte dei tantissimi che hanno letto e amato il libro a causa dei corposi tagli portati alla storia. Una precisa scelta registica propone quindi un film essenziale, riducendo ad uno scheletro la trama e limitando il numero dei personaggi ci si concentra in pratica su quello che nel romanzo è solo il finale, solo una parte della storia. Si tratta di una scelta quanto mai discutibile ma coraggiosa, nella piena consapevolezza che ogni trasposizione dalla pagina allo schermo implica una perdita: il patto col diavolo di chi va al cinema a vedere i suoi personaggi preferiti è una fregatura sempre, come ogni patto diabolico che si rispetti.
Posto che il libro è una cosa e il film un’altra possiamo parlare finalmente di Rino Zena e di suo figlio Cristiano, del loro amore esclusivo e assoluto, di un padre violento alcolizzato disoccupato e nazista e della sua personale declinazione del concetto di buon padre; di un figlio tredicenne sveglio, coraggioso e pieno di iniziativa. I due vivono in un casello mezzo diroccato in una landa gelida e qualunque del nord Italia, senza nome e senza personalità come i campi di grano assolati di Io non ho paura. Due emarginati chiusi nel loro affetto cementato dalla rabbia fortissima di Rino. Unico amico è Quattro Formaggi, un ritardato che Rino protegge e che è il motore della trama poiché finirà, in “una notte buia e tempestosa”, con il compiere la catastrofe che il giovane Cristiano dovrà affrontare.
Un film che fin dalla sceneggiatura non va incontro allo spettatore, in buona parte appunto poveri fan del libro, ma che è cupo, lento e sgradevole e che colpisce con il vuoto grigiore dell’ambientazione riempita improvvisamente dal buio e dall’acqua della notte fatale che è il cuore del film. La fotografia e la messa in scena sono sicuramente la parte migliore del film assieme alle performance di alto livello di Filippo Timi (Rino) e soprattutto di un grande Germano in una parte, quella di Quattro Formaggi, che difficilmente altri giovani attori italiani in ascesa avrebbero accettato. Come Dio comanda alla fine ci lascia però una sensazione di incompiutezza: troppo a fondo si è andati sulla strada della riduzione così che si può solo intuire la potenza della storia e l’impressione è che a resistere sia stata la parte più facile (con tutte le virgolette del caso) e spendibile sul mercato cinematografico della trama originale.



