Piano in a factory - Meng ZhangLa caratteristica principale del film, sul piano del linguaggio, è l'inquadratura: tende - con una coerenza visuale trascinante - alla frontalità bilanciata, che potremmo chiamare “lynchana”; eppure questo, che ci aspetteremmo in un film d'essai puro, è al servizio di una sorta di commedia musicale, amabile e mossa, indubbiamente nata da una base colta, ma assai popolare al tempo stesso. Se colpisce a prima vista la perfezione dell'inquadratura e dei movimenti di macchina, anche il montaggio è di precisione chirurgica.

Non si tratta di un musical, eppure ci si avvicina: non solo per la presenza di molta musica diegetica (i personaggi principali sono musicisti) e per gli eleganti giochi di passaggio da musica diegetica ad extradiegetica, ma soprattutto perché la score ha una tale fusione con l'azione che il termine di “semi-musical” diviene legittimo.

Non a caso il film esplode verso la fine in un numero di musical vero e proprio, l'eccezionale “paso doble” che accompagna la fabbricazione del pianoforte del pianoforte - dove naturalmente la trasformazione di queste ragazze cinesi in danzatrici spagnole in gonna lunga presta un particolare tono comico alla solennità.. Da menzionare, però, anche la scena della canzone patriottica al karaoke, non priva di una deliziosa ironia sulla retorica celebrativa cinese.

Splendide le interpretazioni, fra le quali spicca in primo luogo quella della co-protagonista Qin Hailu (Shu Xian).

La trama è molto intelligente, piena di viva comicità, e il film raggiunge tocchi di buffa tenerezza che non esito a definire chapliniani (il finto pianoforte perché la bambina si eserciti, offerto con un discorso sulla sordità di Beethoven!). Anche se è commedia sentimentale anziché dramady, mi ricorda Departures appunto per la sua “estensione” emotiva.


Giorgio Placereani