Speciale Oscar: la vittoria più bella, Eli Wallach
La delusione iniziale nel non vedere né "Shutter Island" né Leonardo Di Caprio tra le nomination è stata seguita da quella di non vedere manco una statuetta consegnata all'ultimo lavoro dei fratelli Coen. Per non parlare del solito Fincher che arriva ogni anno vicino a vincere tutto e poi non vince nulla. Del resto uno dei più grandi cineasti viventi (mr. Martin Scorsese) non ha mai visto una statuetta fino ad una veneranda età: era il 2006, "The Departed" (e penso che abbia realizzato film migliori del pur lodevole appena citato).
Che delusione: la premieré si conferma, a mio avviso, quanto di più superficiale, commerciale e conformista esista nel mondo del cinema. Tolti alcuni anni (l'edizione precedente per esempio: il favorito Cameron con "Avatar" battuto dall'adrenalinico e lucido "The Hurt Locker" della Bigelow) in cui colpi di scena stravolgono i piani si può dire che l'Oscar diventi sempre meno interessante.
C'è però un barlume di luce in tutto questo.
L'Oscar alla carriera a quel grande attore che si chiama Eli Wallach. Ogni ruga sul suo volto è una storia, un film, un tassello che va a comporre una carriera lunghissima costellata di film che hanno fatto storia e che sono diventati, man mano, dei cult. Un attore che non è stato fermato né dalla malattia né dall'età avanzata e che ieri ha alzato una statuetta più che meritata: il sigillo ad una filmografia immensa.
Ripeto quello che avevo già scritto al termine della recensione dell'ultimo film di Polański ("L'uomo nell'ombra", dove per l'appunto Wallach faceva un cammeo):
Eli Wallach fa bene al cinema.
Il cinema fa bene ad Eli Wallach.




