A Tórinoi Ló – Béla Tarr
Con János Derzsi e Erika Bók
La terza volta a Berlino del cineasta ungherese era da molti attesa come uno dei principali eventi del festival. Annunciato già dopo l’acclamato Le armonie di Werckmeister (2001), più volte rimandato, arriva finalmente sullo schermo il nuovo lungometraggio di Tarr, in italiano “Il cavallo di Torino”.
Il 3 gennaio 1889 Friedrich Nietsche sta camminando per Torino quando la sua attenzione è colpita da un carrettiere che bastona il suo cavallo, che non vuole decidersi a tirare. Il filosofo accorre disperato ad abbracciare il collo dell’animale. È l’ultimo gesto di Nietzsche, che sprofonderà da quel giorno nel delirio e nel silenzio. Questa la famosa storia raccontata su sfondo nero dalla voce del regista in apertura: «Non sappiamo che ne è stato del cavallo». Fade in. Il carretto di un vecchio, trainato da un cavallo macilento, avanza lentamente su una strada di campagna, intorno infuria una tempesta di vento. L’uomo vive con la figlia e l’animale in una povera cascina, circondata da un desolato paesaggio invernale, e si guadagna da vivere facendo il carrettiere in città. Ma il cavallo è ormai alla fine, quella appena conclusa è stata la sua ultima corsa.
Cinque giorni nella vita di due contadini, cinque volte gli stessi pochi elementari gesti di una vita poverissima mentre fuori una bufera infuria senza posa. Un bianco e nero elengantissimo per un film girato solo con lunghi piani sequenza e lenti movimenti di macchina a seguire due unici, silenziosi personaggi. Solo due significative visite rompono lo schema: un contadino filosofo monologante arriva a chiedere liquore e annunciare la fine del mondo; un carro di zingari si ferma a rubare acqua al pozzo della casa, la loro strada va verso l’America.
Un film denso di simboli - il cavallo è morente, il pozzo si secca, le luci si affievoliscono, il vento infine si placa -, che produce senso nella sistematica ripetizione con variazione sullo schema, come la migliore poesia. Una desolata, raffinatissima allegoria della morte in cui ogni segno ha un suo sovrasenso metafisico. La fotografia, che dà al tutto marmorea plasticità; l’infernale bufera; le rughe di un protagonista che pare uscito dalla Scuola di Atene di Raffaello assegnano a questo film un dominio che non appartiene al nostro mondo frenetico e superficiale ma si colloca fuori dal tempo, nell’eternità dell’arte e dei suoi significati ultimi.
A Tórinoi Ló è un’erta montagna da scalare: l’aspetto è scoraggiante, la strada dura, molti (ed è una proiezione per la stampa…) dormono o abbandonano la sala. Ma c’è un senso importante in fondo alla strada. Tarr è, parafrando l’uomo-pretesto del film, per pochi o per nessuno. Quella che porta è una sfida estetica estrema: è possibile nel Duemila fare un film come questo? Un’opera che sembra piovuta da un passato ormai remoto, che non dovrebbe esistere, eppure c’è, ed è, nonostante tutto, grande. Fade out. Usciamo al vento di Berlino.




