Cronache Teatrali

Papestreet alla prima nazionale di Rusteghi. I nemici della civiltà di Gabriele Vacis

Rusteghi si nasce e non lo si diventa piùOgni ragazzo può sognare perché è sognato. Ogni uomo può sperare perché è atteso… Padri tornate, noi non smetteremo di cercarvi e di darci da fare per essere un nuovo inizio.

Non nascondo che il progetto, presentato la scorsa settimana dal regista Gabriele Vacis, per la commedia goldoniana Rusteghi mi aveva lasciato alquanto perplesso. Pur riconoscendo la validità delle innovazioni, faticavo ad immaginarmi un Goldoni “moderno”, con uomini che recitano parti femminili ed incursioni in scena di violoncelli volanti e del famoso rinoceronte della locandina.
Si ha l’impressione che intervenire sui classici della letteratura e del teatro possa in qualche modo ferirli e tradirli. In realtà i grandi autori si riconoscono proprio perché le loro opere si possono prestare a riletture ed interpretazioni che, quando sono condotte sapientemente, possono dare nuova linfa ed attualità, senza che il testo perda la sua forza intrinseca.

Questo è il caso di Rusteghi. I nemici della civiltà, andato in scena al Teatro Sociale di Valenza sabato scorso in prima nazionale, il nuovo spettacolo prodotto congiuntamente dal Teatro Stabile di Torino e dal Teatro Regionale Alessandrino.

Il Goldoni della tradizione sembra lontano, ma non lo è. Sotto le trovate sceniche che destrutturano il familiare rituale del teatro, come l’inizio a sipario aperto e luci in sala, vi è un tentativo di recupero di una simpatia (intesa nella sua accezione etimologica di patire insieme) ormai sconosciuta alla comicità dei nostri giorni. Quella predisposizione verso gli altri che era propria non solo della vecchia generazione di attori, ma in generale di tutti i nostri nonni e padri, passati attraverso l’esperienza della guerra e vissuti nella società del non-consumo, dell’immobilità, della lentezza.
Il compito degli interpreti principali – Natalino Balasso, Eugenio Allegri, Mirko Artuso, Jurij Ferrini – era proprio riscoprire e riproporre al pubblico di oggi, nelle intenzioni del regista Vacis, questa antica rusteghezza, questo essere burberi ma simpatici. Dei cattivi che dicono cose buone, contrapposti ai cattivi e basta dei nostri giorni. L’obiettivo è stato raggiunto: questi quattro scontrosi mercanti, retrogradi e autoritari, sono subito riusciti a tendere un filo di continuità tra loro ed il pubblico in sala, che spesso commentava e rideva divertito alle loro battute e comportamenti.

Riuscita l’idea di affidare i ruoli femminili ad attori maschi: il rischio era cadere in una resa stereotipata e macchiettistica, ma l’intento era proprio di rendere realisticamente, riducendolo ad un mero costume-maschera, il ruolo sociale della donna in una società oppressiva e maschilista come quella del Settecento, che, a ben vedere, ancora ha tanti legami con quella di oggi. Bravissimo Ferrini nel ruolo di Felice, la donna più scaltra ed emancipata, cui è affidato un significativo monologo finale grazie al quale riesce a far ragionare gli uomini sull’insensatezza delle loro scelte e comportamenti; se la sono cavata anche i giovani interpreti, selezionati ai provini della scorsa estate alla Cittadella di Alessandria, nell’affrontare questa non facile prova attoriale.
Degno di nota è l’allestimento scenico, curato da Roberto Tarasco: una scenografia ricca di riferimenti simbolici coerenti con questa concezione attualizzata della commedia. Le musiche settecentesche si accompagnano al neon delle luci, tutti i mobili e gli oggetti di scena sono incellofanati, quasi a sottolineare la chiusura mentale dei rusteghi e la loro ossessione al risparmio, sia economico che sentimentale. Il rinoceronte, che irrompe in coincidenza con l’epilogo della vicenda, potrebbe essere un riferimento alla selvatichezza, più volte citata, ancora una volta dei quattro burberi.

Insomma, uno spettacolo che fa ridere genuinamente e riflettere senza fatica, che propone ma non impone punti di vista e lascia allo spettatore la libertà di interpretare. Goldoni l’ho ritrovato, e questo mi fa piacere.
La dedica finale ai padri, pronunciata dal giovane Felippetto, a quelle figure rusteghe che ognuno di noi ha o ha avuto, vale da sola l’intero spettacolo: se la madre ha il compito di tenere ancorato il figlio alla terra, il padre invece lo lancia verso le stelle, verso la paura di cadere, ma sempre con le braccia aperte, pronte a recuperarlo. E la paura della vertigine si tramuta in risata.


Gabriele Guglielmi