Margin Call – J.C. Chandor
Con Kevin Spacey, Jeremy Irons, Zach Quinto, Paul Bettany, Demi Moore, Stanley Tucci
Presentata qui a Berlino in prima mondiale, in concorso per l’Orso d’Oro, quest’opera prima indipendente che riunisce un cast d’eccezione per dipingere l’alba della grande crisi finanziaria del settembre 2008. Un pubblico sterminato nell’arena di Friedrich Strasse alla fine dedica al film un sincero applauso.
Siamo in un grattacelo del financial district di Manhattan ed è giornata di taglio di teste in una importante banca di investimenti. Tra i licenziati dalla compagnia il pezzo più grosso è Eric Dane (Tucci) che in extremis riesce a passare una chiavetta al suo giovane collega Peter (Quinto) con delle informazioni a cui sta lavorando. Il ragazzo passa la sera a completare le analisi del maestro e quello che scopre è lo scenario del terremoto prossimo futuro, destinato a sconvolgere il mercato finanziario. Peter chiama allora i suoi capi Will (Bettany) e Sam Rogers (Spacey) che, resosi conto della gravità della situazione, allestiscono un consiglio di emergenza con il direttivo. In una notte insonne il gruppo si trova così a fronteggiare decisioni fondamentali per la sopravvivenza della compagnia e della stessa economia mondiale.
Dopo il ritorno a Wall Street di Oliver Stone il cinema americano continua a parlare della crisi che ha sconvolto i colossi della borsa due anni fa portando sull’orlo del collasso l’intero mercato neo capitalistico, poi salvato in extremis con le statalizzazioni (cioè usando soldi pubblici per pagare i debiti delle compagnie private). Lo fa con un film che di indipendente ha solo i nomi dei produttori e del regista, ma che impiega budget e attori hollywoodiani per una rappresentazione di alto livello, ambiziosa nella messa in scena e sostenuta da una buona sceneggiatura.
Siamo in una vasca di squali, sospesa su una Manhattan iconografica: l’interno di una cattedrale della finanza, un ambiente asettico e raggelato dove freddi superuomini in abiti di sartoria, perfettamente consapevoli della gravità del momento, prendono fatali decisioni. In questa unità di tempo-luogo quasi aristotelica non c’è troppo spazio per il mondo della vita - relegato principalmente agli sforzi di una sceneggiatura che deve render comprensibile al pubblico l’astrusaggine della materia -, solo evocato da personaggi che sembrano dubitare della sua stessa esistenza. Vi si riferiscono come a un distantissimo altrove (rappresentato quasi solo infatti con vedute aeree e time lapse), il cui prepotente ritorno, in coloro che la grande ruota rigetterà a terra, li annienta. Solo nel personaggio del sempre ottimo Kevin Spacey risiede ancora un residuo di umanità (memorabile la battuta con cui segna il suo ingresso in scena), mentre il giovane Peter (uno Zach Quinto alle prese con un eroe solo leggermente meno freddo dello Spock che lo ha lanciato), proiettato verso il suo luminoso futuro, alla fine è pronto a vendere l’anima a Moloch (qui un Irons decisamente più simpatico di Gordon Gekko ma altrettanto sulfureo).
La regia sceglie di lasciare a brevi tocchi e rapidi simbolismi, più che con i pochi "discorsi programmatici”, il nucleo morale della vicenda. Non è un film didascalico Margin Call, il giudizio su questi uomini e il loro operato è lasciato allo spettatore, immaginabile come in piedi davanti a un acquario. Gli squali non muoiono mai. Cerchiamo di ricordarlo usciti dal cinema, contemplando il nostro mondo in cui la finanza prospera e l’economia muore.




