Con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pierce.
Storico, 2010.

Il discorso del re - Tom HooperSi può dirigere un film storico senza cadere banalmente in stereotipi? In cui le scene madri non siano commentate da musiche altisonanti che tendano all'esagerazione, in cui gli attori non siano sopra le righe, impegnati in un'opera di mimesi fine a sé stessa? Dopo aver assistito alla proiezione di Il discorso del re si può senza indugi rispondere "si".

Il film di Tom Hooper racconta la storia del rapporto fra il duca di York, e futuro Re Giorgio VI d’Inghilterra, e il suo logopedista Lionel Logue. Un rapporto che da clinico si trasforma col passare degli anni in un rapporto di confidenza e di amicizia. Il duca di York è infatti afflitto da una grave forma di balbuzie che tormenta anche il suo animo, ormai di un'indole rassegnata e malinconica. Grazie alla caparbietà della consorte e alle tecniche poco convenzionali ma efficaci dell'eccentrico logopedista, Bertie (come viene affettuosamente soprannominato) riuscirà a controllare il suo difetto e, una volta diventato Re, a pronunciare alla radio un discorso illuminante e intriso di orgoglio nazionale per infiammare i cuori degli inglesi in vista dello scontro con la Germania nazista.

Già vincitore del Toronto Film Festival e giustamente candidato a 12 premi Oscar, il film dà l'impressione di assistere ad un'opera teatrale in cui, dietro ad un grande allestimento, emerge un prodotto con l'anima. Suo pregio maggiore è quello di aver evidenziato il ruolo della voce: la balbuzie del protagonista diventa spunto per una riflessione su quanto essa sia fondamentale nella politica e di quanto le parole siano uno strumento e un'arma per infondere coraggio e far acquisire l'autostima (inevitabile il paragone fra l'atteggiamento del sovrano e del popolo inglese di fronte all'imminente conflitto).

La cura del difetto vocale è soltanto il punto di partenza di un'analisi psicologica del protagonista, segnato dal dramma di diventare sovrano contro la propria volontà (il fratello maggiore Edoardo VII abdicò in suo favore per poter sposare una donna divorziata). La pellicola sembra orchestrata come una sinfonia; è dominata da un climax ascendente che ha il suo gran finale nel discorso alla nazione, dove le musiche e le parole si fondono in una splendida sequenza capace di procurare brividi per il suo impatto. Ma tutto il film è dotato di un ritmo pregevole, in grado di catturare lo spettatore, renderlo complice affascinato della vicenda.

Film indubbiamente di attori. Pur non discutendo l'abilità della regia di Hooper, il valore di fotografia, costumi e colonna sonora, i tre interpreti principali, assolutamente perfetti, rappresentano il pregio maggiore dell’opera. L'interpretazione di Colin Firth è straordinaria, un saggio di recitazione per l’abilità non solo nell’immedesimarsi nel personaggio ma soprattutto nel trasmettere il suo malessere affidandosi esclusivamente allo sguardo, senza mai andare sopra le righe. Helena Bonham Carter dimostra tutto il suo talento nel ruolo, per lei insolito, di moglie devota e combattiva mentre Geoffrey Rush ha dato vita a un grande personaggio, artefice della rinascita dotato di una grande umanità, capace di rimanere dietro le quinte della storia senza soffrirne.

Indipendentemente da quanti premi possa ricevere, Dio salvi questo film.


Giovanni Pesce