E se il senso della vita fosse guidare senza volante?
C'è una foto che mi piace più di tante altre.
Uno scatto rubato a bordo pista, al termine di una gara surreale.
C'è un pilota mantovano che guarda dritto verso l'obiettivo, dietro i pesanti occhialoni è stanco.
Ha appena terminato una gara.
Non ci sarebbe nulla di eccezionale in tutto questo ma un particolare balza subito agli occhi di chi guarda questa vecchia foto in bianco e nero.
L'uomo seduto nello stretto abitacolo ha il volante in mano.
Si, proprio così, ha finito una gara automobilistica senza il volante.
Siamo a Torino. E' il 3 settembre del 1946. La coppa si chiama Andrea Brezzi. Il pilota con il volante in mano è Tazio Nuvolari e ha chiuso la gara tredicesimo.
Non si è fermato, non si è ritirato.
Non è arrivato tra gli ultimi.
Ogni tanto penso che tutti noi dovremmo usare questa foto quando c'è aria di tempesta o, peggio, di naufragio.
Dovremmo averla a portata di mano sul computer o sul cellulare o, meglio ancora, stampata da qualche parte e infilata nel portafoglio, o in un cassetto.
Quando la barca che conduciamo chissà dove inizia a imbarcare acqua dovremmo guardare quel pilota leggendario che fissa il fotografo come se niente fosse; come se guidare una vettura senza quell'arnese rotondo che tiene in mano sia la cosa più naturale di questo mondo.
Forse sta proprio in questo la magia di una vita: nel rendersi conto che per quanto la sostanza dell'esistenza umana sia essenzialmente tragica si può continuare a vivere: non importa se rapidi e disperati, attenti e sobri, meticolosi o arrabbiati, confusi o impauriti...tutti noi possiamo arrivare alla fine schiacciati in una monoposto polverosa con un volante in mano.
E pensare al viaggio assurdo che abbiamo fatto.
Un viaggio che ci ha portati, nonostante tutto, al traguardo.
Con un volante in pugno, stretto nella mano destra.



