Hereafter - Clint Eastwood
Penso a Clint Eastwood e penso ad un mostro sacro.
Un americano che è riuscito a reinventarsi più volte nell'arco della sua carriera.
E infatti ci sono tanti Clint Eastwood.
C'è un ragazzo giovane che sfrutta la sua belezza per fare spot e televisione negli Stati Uniti.
C'è l'attore che, scoperto dal genio di Sergio Leone, interpreta la stessa parte: un cowboy solitario e silenzioso che appare e scompare sconvolgendo piccoli villaggi sparsi al confine tra il Texas e il Messico.
C'è il Clint Eastwood dell'Ispettore Callaghan e poi, ancora, quello delle prime regie: i personaggi sono sempre gli stessi (il duro dagli occhi a fessura: sia esso un cowboy o un poliziotto) ma questa volta Clint si dirige da solo.
Nessuno avrebbe puntato, all'epoca, su un Eastwood regista e invece, anno dopo anno, successo dopo successo, si dimostra un regista inossidabile, granitico che difficilmente fa passi falsi. Invecchiando può permettersi di stare anche solo dietro la macchina da presa.
Un mostro sacro insomma. Specie nelle ultime due decadi. Penso a Clint Eastwood e mi vengono in mente film semplicemente perfetti; da I ponti di Madison County a Gran Torino passando per Mystic River.
Vado al cinema quindi con tutte queste premesse.
Eppure Hereafter non mi piace.
Un Matt Damon che ha abituato critici e pubblico a ottime interpretazioni, una produzione titanica, degli effetti speciali mirabolanti, una fotografia d'autore eccetera eccetera. Tutti ottimi presupposti.
Il problema dell'ultima pellicola di Eastwood è un altro: come film di intrattenimento per passare un paio d'ore a bocca aperta (le sequenze iniziali dello tsunami e quelle in metro che narrano degli attentati a Londra sono sbalorditive) e ogni tanto commuoversi (le tre storie che si intersecano nel film sono ben costruite, molto tristi e talvolta anche un po' ruffiane nello strizzare l'occhio allo spettatore) ma dal maestro di San Francisco ci si aspetta molto di più.
Il tema principale del film (la morte, l'aldilà) fa da filo conduttore delle vicende ma non viene mai realmente affrontato nel profondo, troppi personaggi sono introdotti nella storia e poi lasciati così, abbozzati, quasi incompleti. E soprattutto il messaggio del film è flebile e le sequenze di Matt Damon che fa da medium tra il mondo dei vivi e quello dei morti sono deboli oltre che già viste (il morto che parla con il vivo e dice "Non preouccuparti di me, vivi la tua vita io ora sto meglio": pietà!).
Clint Eastwood compone anche le musiche originali per la sua opera mastodontica, zavorrata da un tema troppo complesso e rischioso che il film vuole raccontare ma che, di fatto, non affronta mai realmente.
Andrà meglio la prossima volta.



