Vallanzasca - Perché gli stronzi piacciono. E questo si sa.
Da: Volevo solo diventare una critica cinematografica
Leggi la recensione da Venezia di Lucio Laugelli
Probabilmente dipende dal fatto che le mie ultime vicissitudini cinematografiche (Tron, per esempio) sono risultate imprese leggendariamente fallimentari (farmi addormentare al cinema con il secchiello dei poppi-corni addosso non è mica roba da poco).
Probabilmente dipende dal fatto che nella maggior parte dei casi le produzioni cinematografiche italiane assurgono a una funzione strettamente omeopatica, contro gli intestini più pigri, causando improbabili perturbazioni intestinali (leggesi “impulsi defecatori”) con pochi, essenziali, secondi di trailer.
Oppure ancora, chissà che non dipenda dal fatto che io (e tutte quelle della generazione mia) abbiamo preso coscienza di essere eterosessuali – prima ancora di diventare sessuali – grazie a Kim Rossi Stuart nei panni del principe Romoaldo (o Romualdo, non credo ne verrò mai a capo), capace di sfiorare le corde più nascoste di tutte le femminilità potenziali e ancora inespresse, nate nel 1985 o giù di lì.
Effettivamente potrebbe dipendere da tutto questo, oppure, più semplicemente, Vallanzasca è un ottimo film italiano.
E a me è piaciuto un casino (per esprimerci in maniera g-g.giovane)
La storia è quella di Renato Vallanzasca, il bandito gentiluomo, il delinquente diventato caso mediatico ante-litteram, debito precursore di 15 anni di plastici di Bruno Vespa. La regia è di Michele Placido e il resto del cast – secondo i più – è all’altezza del ruolo ma io, francamente, totalmente rapita dal bel René, non ho avuto modo di soffermarmi sugli altri personaggi.
Kim Rossi Stuart regala un’interpretazione meravigliosa, manifestandosi in tutta l’emaciata bellezza del suo personaggio. Una performance tridimensionale, matura, consapevole e irriducibilmente elegante. Significativa abbastanza per essere ricordata e talmente convincente da far scorrere i 123 minuti di pellicola senza rallentamenti, senza noia.
Vallanzasca è un ladro, un assassino, un criminale ed è pure un personaggio irresistibile e magnetico, con i capelli scomposti, le rughe che incorniciano il sorriso ingiallito, lo sguardo di ghiaccio capace di surriscaldare gli spiriti delle casalinghe di mezza Italia.
Ed ecco che sì, si crea tra spettatore e personaggio un legame empatico, ben più forte della frugale simpatia, che travalica i confini del film e resta impresso sulla pelle per diverse ore, dopo la visione.
La regia non commette peccati, nemmeno quello di scivolare in morbosità claustro-sessuali – alle cui lusinghe sarebbe pur stato semplice cedere.
La colonna sonora è perfettamente votata al fine di integrarsi con gli eventi, di esaltarne la forza, la violenza, l’inevitabilità affascinante e decadente. La voce di Giuliano (ne ignoro il cognome) non si sente mai – se non nei titoli di coda – e quindi non fa nemmeno specie che si tratti dei Negramaro. Sia chiaro, Vallanzasca è un film sartorialmente costruito su un personaggio maledettamente ruffiano, capace di far ridere – letteralmente – il pubblico in sala, capace di ammaliare con una lucidità border line, in bilico costante tra il bene e il male.
Personalmente ho adorato la scelta di raccontare senza condannare, di penetrare i meandri di un’umanità meno oscura e meno fredda di quanto il trailer lasci presagire. Mi è piaciuto indagare quei coni d’ombra che soltanto nella finzione narrativa ci è dato esplorare così da vicino, romanzando le vicende storiche, trasformando l’uomo reale in personaggio, con tutte le licenze che l’arte ha diritto di prendersi.
Ci tengo a dirlo, in risposta alle innumerevoli polemiche che hanno accompagnato il lancio di questo titolo.
Ci tengo a dirlo perché un narratore deve poter disegnare liberamente i contorni dei propri personaggi, traendo ispirazione da ciò che più lo aggrada. Ci tengo a dirlo perché un narratore che riesca a farci piacere un personaggio “negativo”, raccoglie una sfida e lo fa con coraggio senza garanzia di vittoria o sconfitta. Un narratore che scelga, poi, di riesumare pezzi di una storia recente, raccontando la nostra vituperata Italietta da angolazioni che potrebbero altrimenti restarci ignote, attraverso storie che mai nessuno racconterà in contesti “ufficiali”, merita per me ancora più rispetto.
Ci tengo a dirlo perché un film è un film e se il pubblico non capisce la differenza tra film e documentario, è un problema di ignoranza, non di regia e, francamente, non mi andrebbe, per l’ignoranza altrui, di rinunciare a tutto il cinema che ci ha fatti innamorare di mafiosi, derelitti, violenti, cannibali, assassini seriali, tossicodipendenti e individui sessualmente discutibili…che a pensarci, almeno uno dei cult preferiti di chiunque ha almeno, e dico almeno, una delle succitate categorie come protagonista.
Non mi dilungo oltre, che a dar credito alla puerilità si finisce col restarne invischiati.
Il film esce venerdì 21.
Ite a vederlo.
Che è bello.



