Con Sergio Castellitto, Laura Morante, Marco Giallini, Barbora Bobulova, Enzo Jannacci, Gianfelice Imparato, Lola Ponce
Italia – 2010
Commedia, 1h 47’

La bellezza del somaro – Sergio CastellittoLa vita della coppia cinquantenne formata dall’architetto Marcello (Castellitto) e la psicologa Marina (Morante) si articola tra il tran tran lavorativo, i problemi di comunicazione con la figlia adolescente Rosa, i rapporti con gli amici di una vita e i loro figli, la dittatura domestica della colf rumena. In occasione del compleanno di Marcello tutta la compagnia (allargata ad amici della figlia e pazienti della moglie) si trasferisce nel casale di famiglia in Toscana per un ponte a base di buona cucina, passeggiate e giochi. Questa è l’occasione giusta per Rosa di presentare ai genitori il nuovo “fidanzatino”: l’ultrasessantenne Armando (Jannacci). La radicale scelta della ragazza fa esplodere tutte le tensioni dell’ambiente.

Castellitto mette in scena una commedia di padri e figli tentacolare e sovrabbondante, dove un vasto repertorio umano danza un valzer nevrotico e barocco di amori/odi, ossessioni e perversioni; dove aleggia un vitale senso di morte e un vitalismo mortale e stolto. Non c’è molta misura ma il ritmo regge e gli attori sono meravigliosi: Castellitto perfetto verboso artistoide in crisi di mezz’età; la Morante sempre grande con un personaggio pienamente nelle sue corde; Giallini con la sua fantastica faccia da duro anche quando fa il deficiente; poi Jannacci che recita poco perché il cinema gli toglie solo un po’ l’aria del matto per conservargli intatta quella del filosofo.

Nel 2010 questo è il secondo film italiano (dopo Happy Family) che reca debiti palesi con il cinema di Wes Anderson: un’alta borghesia arrivata e immatura, teneri mostri e famiglie disfunzionali, soprattutto padri pirla e mamme stufe. A questo impianto si aggiungono una spruzzata di impegno civile, con la giustificata ansia verso una generazione, quella dei figli, che fa scelte incomprensibili e su cui si proietta il senso di colpa per il mondo che gli si lascerà. Onesta e piacevole la ricercatezza stilistica nel disegno delle inquadrature, nel movimento avvolgente della macchina intorno al sabba della famiglia in crisi inscenato in una natura toscana iconografica e patinata, sempre sotto l’occhio scettico del somaro.

Questo film pregevole sotto molti punti di vista mi suggerisce però una breve considerazione sul rapporto che oggi intercorre tra questo paese e il suo cinema di qualità. Il regista ha rivendicato l’appartenenza della sua opera al filone della commedia all’italiana, un genere ancora in grado (secondo lui) attraverso l’ironia e la deformazione parodistica dei caratteri di mostrare le storture della società, di far passare messaggi importanti. La satira del resto è l’unico genere letterario genuinamente italico e resta da più di mezzo secolo l’asse portante del nostro cinema. Il problema è che siamo mitridatizzati a questo farmaco civile che è il comico, gli italiani sono immuni, hanno prodotto insieme veleno e antidoto. Io penso che a questo punto della storia serva in Italia un cinema, un’arte, che seppellisca la commedia e i suoi teneri mostri. Questo lo può fare solo la nostra generazione, perché si veda finalmente cosa significa avere vent’anni in “questi cazzo di anni 0”. Basta col cinema d(e)i papà (in crisi per di più) serve un cinema degli stagisti a 0 euro; di chi si picchia in discoteca; di chi le manifestazioni di protesta non le guarda neanche dalla finestra, paralizzato dal senso di inutilità di qualsiasi ribellione; di chi guarda Uomini e Donne; di chi è ossessionato dal relationship status di Facebook; di chi beve come uno zingaro per noia: tutta gente che secondo me ha avuto genitori migliori dei sei deficienti di questo film. Oggi la commedia non serve, quello in cui viviamo è un film dell’orrore perciò prego che da qualche parte si nasconda un Moretti o un Bava, un Bianciardi o uno Scerbanenco classe ’87 in grado di rappresentare finalmente questo snuff movie dello spirito.


Giacomo Lamborizio